Qualche giorno fa è morto Emanuele Severino. L’ho saputo da amici e amiche con cui seguivo i suoi corsi di filosofia teoretica a Venezia. Qualcuno mi ha scritto di essere senza parole. Capisco bene questa sensazione, ma in questo caso non deriva dalla scomparsa di una persona che faceva parte della nostra vita come un amico o un familiare. Non si tratta neppure del venir meno di una voce che ci aiutava ad orientarci nella comprensione del presente. Credo che Severino rappresentasse per molti una simile voce, ad esempio grazie ai suoi scritti sul rapporto tra la democrazia o il capitalismo, da una parte, e la tecnica, il nichilismo e la tendenza profonda che secondo lui attraversa il nostro tempo, dall’altra. Non è però in questa veste, dell’intellettuale lucido e radicale, che è stato tanto importante per me e per quegli altri che hanno seguito le sue lezioni di filosofia. Ci siamo trovati ammutoliti non perché è venuto meno un affetto che nessuna parola può sostituire, né perché era lui che ci offriva le parole per capire quello che accade e ci accade. No, il fatto è che la sua morte ci obbliga a trovare le parole per testimoniare la gratitudine che gli dobbiamo per quello che ci ha dato, ma non è facile trovarle. Non è facile dire in maniera autentica, cioè credibile e insieme sobria, quello che gli dobbiamo.

Severino colpiva, colpiva immediatamente. Mi ricordo ancora perfettamente la prima volta che l’ho sentito parlare. Sarà stato il 1997 o il ’98, era un incontro pubblico sull’Europa organizzato in una sala del Palazzo Ducale di Genova. Ero ancora al liceo, ma stavo appassionandomi alla filosofia e così ero andato. Ho dimenticato chi fossero gli altri relatori e anche il titolo generale, che però era enfatico, qualcosa come “Verità e futuro dell’Europa”. Severino ha cominciato indicando il titolo che campeggiava enorme dietro il tavolo e poi ha detto che non dovevamo sottovalutare quelle parole: per i significati che lungo la storia vi si erano accumulati sopra, ciascuna era divenuta un nido di vipere. Quante volte ho ripetuto questa frase sperando di produrre l’effetto che lui aveva prodotto in me quel giorno! Severino, poiché colpiva, suscitava anche il desiderio di imitarlo.

Tra i suoi allievi più giovani c’era anche chi riproduceva i suoi gesti, il ritmo e la cadenza del suo parlare. Noi studenti lo notavamo tra il riso e il disprezzo, ma se ci ripenso oggi, lo capisco: in fondo anche l’imitazione è un tentativo di conservare e far durare l’effetto di un incontro che si riconosce importante. Importante e in qualche modo nuovo, tale cioè che non si sa già come farne tesoro. C’è una parola carissima a Severino che potrei usare per dire meglio ciò cui ho appena alluso parlando di novità, è la parola “inaudito”. La usò anche quel giorno a Genova: era la prima volta che la sentivo e la dovetti appuntare più volte nei giorni successivi per fissarla nella memoria. Ciò che è inaudito è certamente ciò che è detto per la prima volta e che dunque non ripete quanto è già sentito, tuttavia, può anche essere qualcosa di antico che è rimasto inascoltato e di cui si tratta di riscoprire la forza risalendo oltre tutte le ripetizioni che lo hanno variamente illanguidito. Severino, ad esempio, parlava del senso inaudito che a certe parole come “essere”, “nulla” o “sapere” era stato impresso dalla filosofia greca, un senso che bisognava saper riascoltare per poter cogliere la vera essenza di fenomeni che ci riguardano ancora oggi. Ora, questo senso inaudito, Severino lo faceva riemergere e risuonare a lezione e così facendo ti portava innanzi a qualcosa di ancora più importante del senso di quelle parole. Ti faceva fare esperienza di quel singolare movimento del pensiero che si chiama filosofia. È di questo che vorrei parlare perché è innanzitutto per questo che gli sarò sempre grato.

Lasciatemi fare una breve digressione su Heidegger. Come tutti sanno, l’autore di Essere e tempo parla anche di boschi, sentieri interrotti, radure, pastori. Non sono né esempi, né propriamente delle metafore: sono contenuti di esperienze in cui lui cercava il nutrimento e le parole per un pensiero altro. Quando leggi i suoi scritti, perlomeno alcuni, se ti lasci coinvolgere dal loro ritmo, alla fine avverti la serietà del tentativo: possiamo discutere se sia riuscito o meno, ma è difficile dire che è solo una posa. È invece irresistibile l’impressione della finta quando quei discorsi sull’oscurità della foresta e sulle improvvise schiarite sono ripetuti da chi ha uno stile di vita del tutto metropolitano. Non so se sia necessario ritirarsi nei boschi per tentare di seguire Heidegger nella sua ricerca di un altro inizio del pensiero, ma forse è necessario farlo per riprendere in maniera credibile quel suo vocabolario. Altrimenti, occorre ripetere il gesto cercando però in altre esperienze le parole giuste per dirlo. Torniamo a Severino, un filosofo molto diverso da Heidegger nonostante abbia dedicato a quest’ultimo la sua tesi di laurea e nonostante la somiglianza tra alcuni dei loro temi di riflessione. Li ho accostati perché anche in Severino troviamo la realizzazione seria di qualcosa che facilmente appare altrove solo come una posa o una citazione. Se in Heidegger questo qualcosa è il riserbo della meditazione, la rammemorazione, il pensiero che riesce ad essere gratitudine, in Severino è il gesto più classico della filosofia, il logon didonai, la richiesta socratico-platonica della ragione come richiesta di portarsi presso il fondamento. E il fondamento qui non è perduto, non è già da sempre in un oblio, non è un abisso. È ciò che Severino chiamava la struttura originaria. Racconto un episodio.

Ero al secondo anno di università e stavo seguendo le lezioni di Severino per la prima volta. Eravamo già entrati nella seconda parte del corso. Ogni anno era dedicato a una problematica diversa, quell’anno a linguaggio e nichilismo, e la sua trattazione costituiva la prima parte del corso. Ad un certo punto, però, tale trattazione imponeva di abbordare le questioni fondamentali e da qui si dispiegava il discorso che possiamo chiamare brevemente il pensiero di Severino stesso e questa era la seconda parte. Ad ogni modo, finita la lezione di quel giorno, mi frullava in testa questa domanda: “perché le argomentazioni così forti che avevamo appena sentito non ottenevano di convincere tutti i lettori di Severino, a cominciare da quei suoi primi allievi che erano gli altri nostri professori?”. Una domanda un po’ ingenua, ma anche un po’ furbetta. Di questo secondo aspetto ero consapevole e per questo gliela feci dopo la lezione, fermandolo in cortile. Avrebbe potuto evocare in risposta il narcisismo di chi non dà il suo assenso a un’argomentazione cogente perché è innamorato delle sue idee, invece mi disse: “quanti presupposti nella sua domanda! Lei, come Kant, cita il campo di battaglia della metafisica, ma con ciò dà per scontato che ci sia una pluralità di coscienze che discutono tra loro e cercano di convincersi reciprocamente”. Come negare che stavo presupponendo questo quadro? Lo presupponevo e sapevo che nel suo discorso invece non era ammesso, ma speravo, col trucchetto della domanda informale, di portarlo ad ammettere che anche lui, in realtà, ragionava entro i suoi confini. Avevo teso la mia piccola trappola e in risposta ho ricevuto una lezione di filosofia. Qual è il contenuto esatto di questa lezione? Forse che l’intersoggettività dialogante va criticamente introdotta e non data per scontata? No, c’è di più. Forse che l’interrogazione filosofica deve, in generale, mettere in questione quel che per il senso comune è talmente ovvio da poter essere dato per scontato? Questo è quel che insegnano Socrate e Platone e certamente era implicito e all’opera nella risposta di Severino, ma in questa risposta c’era anche un’altra cosa. C’era la serietà. Il discorso che sentivamo a lezione non era un giochetto su cui si può scherzare qualche minuto dopo in cortile o davanti a una birra. Il mio tranello da ragazzino era come se dicesse: “professore, ora che siamo fuori dall’aula possiamo parlare francamente e lasciar cadere la posa del filosofo che sta dando parola alla ragione”. Severino mi ha fatto vedere che lui non era affatto in posa, al massimo lo ero io. Lui stava pensando e il pensiero è una cosa seria.

Il pensiero è una cosa seria e per realizzarla non c’è che da stare alla cogenza del movimento. Eppure, quanti avrebbero potuto dare la risposta che mi ha dato Severino senza apparire dei ridicoli imitatori di Socrate e Platone? Questo è il punto. Semplice e difficilissimo. Severino compiva lo stesso tipo di gesto di Socrate e Platone (e Aristotele, naturalmente), senza realizzare una citazione, una imitazione o una scimmiottatura. Era davvero lì. Senza l’ironia vuota di quelli che non hanno ancora finito un’argomentazione e già ci stanno scherzando su, quasi volessero assicurare che non si prendono sul serio, ma ottenendo invece l’effetto di non prendere sul serio la filosofia e quel che può fare a una pluralità di coscienze che vi si impegnano. Ma senza neanche la prosopopea di chi usa la retorica per dare autorità e credibilità a una parola che non si regge sulla necessità di quanto esprime. Severino realizzava veramente il gesto filosofico e ce ne ha fatto fare esperienza.

Questo gesto non consiste solo nella messa in questione delle opinioni ricevute e delle presunte ovvietà. C’è qualcosa di più e di più essenziale. L’esperienza filosofica che Severino faceva accadere a lezione non era semplicemente l’esperienza di una problematizzazione, eventualmente radicale. Era una esperienza della necessità. È l’esperienza della più radicale necessità. Non la necessità materiale che ci obbliga a cercare cibo, né quella per cui un corpo immerso in un liquido riceve una spinta verso l’alto pari al peso del volume del liquido spostato. È la necessità di ciò la cui alternativa è impensabile. Non strana, non controintuitiva, non molto costosa per gli assunti che contraddice, non immorale, ma davvero impensabile.

Ora, per Severino di questa necessità si prende cura la filosofia. Solo la filosofia lo fa. E d’altronde, è solo questo che deve fare. Questa seconda tesi, che la filosofia debba preoccuparsi solo di quel che ha tale necessità, era la tesi, non necessaria, che mi faceva apparire la pratica filosofica di Severino alla lunga un po’ soffocante: troppo doveva essere lasciato da parte per occuparsi solo di quella necessità. Troppo di ciò a cui invece Platone e Aristotele si erano dedicati e troppo di ciò che nell’esperienza chiede di essere pensato. Così, l’incontro con Severino e il suo insegnamento, per me e per tanti altri intorno a me, ma anche ben prima di me, come ad esempio per il mio maestro, Carmelo Vigna, che è stato tra i suoi primi allievi, si è trasformato in una sfida: coltivare sì il pensiero filosofico nella necessità del suo movimento, ma lasciando che il complesso delle sue questioni e dei suoi oggetti sia arricchito da quanto emerge nel mondo della vita nonché dalle ricerche degli altri saperi. Resta comunque vero che di quella necessità scoperta dai classici, Severino ci ha fatto fare una viva esperienza. E di questo gli saremo sempre grati.

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