Emancipatory Social Science, Monica Massari e Vincenza Pellegrino (cur.)

Focalizzandosi sui nessi tra riflessioni teoriche ed esperienze di ricerca empirica di tipo espressamente partecipativo, collaborativo, collettivo, il volume intende offrire una visione d’insieme sullo stato della ricerca nell’ambito della Emancipatory Social Science, riflettendo la varietà di prospettive, approcci e strumenti utilizzati.  I contributi qui raccolti attraversano percorsi di ricerca eterogenei – dal carcere ai movimenti sociali antirazzisti, dal mondo della precarietà all’interno dell’accademia alle migrazioni postcoloniali – che condividono una scelta metodologica precisa: la ricerca scientifica come pratica collettiva ed emancipatoria.

Saggi di: Charlie Barnao, Sebastiano Benasso, Franco «Bifo» Berardi, Antonia De Vita, Annalisa Dordoni, Francesco Ferzetti, Gianluca Gatta, Laura Gherardi, Lia Giancristofaro, Martina Giuffrè, Barbara Grüning, Lidia Lo Schiavo, Chiara Marchetti, Monica Massari, Vincenza Pellegrino, Giuseppe Ricotta, Giulia Rodeschini, Onofrio Romano, Pietro Saitta, Caterina Satta, Giulia Selmi, Ciro Tarantino, Tiziana Tarsia, Annalisa Tonarelli, Dario Tuorto, Stefania Tusini, Andrea Valzania

Le scienze sociali emancipatorie

Gli ultimi decenni hanno indebolito il ruolo sociale delle istituzioni pubbliche della ricerca. Come tanta sociologia insegna, il tatcherismo è stato l’epifenomeno di una cultura profonda che ha portato avanti un processo di “depoliticizzazione” molto complesso dello stato sociale europeo, che tra le altre cose ha comportato una avanzata della cultura orientata alla crescita economica e al profitto come principali, inevitabili forme di misura dello Sviluppo non soltanto nei contesti del mercato multinazionale ma anche in quelli dello Stato e delle sue istituzioni, comprese quelle dedite alla ricerca e alla formazione superiore. Lo scenario di mercificazione del sapere su cui tanto è stato scritto ultimamente (produrre tante informazioni, produrle in modo quantificabile e applicabile allo sviluppo così inteso, misurare ossessivamente questo tipo di produzione cognitiva) ha prodotto conseguenze abbastanza ovvie: la messa in competizione sistematica dei precari, l’appiattimento sui temi di ricerca predefiniti da finanziamenti esterni e committenze, una certa furbizia argomentativa (andar per parole chiave già popolari) legata alla partecipazione ai bandi competitivi, la produzione massiccia di micro indagini “spendibili” che implicano osservazioni brevi, linguaggi semplici e respiri teorici limitati.

Ma altre conseguenze, più recenti, forse erano meno prevedibili. Un numero crescente di ricerche segnala l’emergere di nuovi orientamenti tra i ricercatori che paiono volersi sottrarre a questa “macchina produttiva” pur essendone parte: il mancato riconoscimento accademico spinge a moltiplicare gli interlocutori privilegiati esterni, stringendo nuove alleanze con movimenti e gruppi interessati alla ricerca; la sempre maggiore consapevolezza rispetto a dimensioni strutturali inique (ad esempio rispetto alle condizioni di lavoro cognitivo e intellettuale delle donne) genera “spassionamento” rispetto all’Accademia sopra descritta, e così via. Qualcosa pare cambiare, insomma, qualcosa forse si muove davvero: ricercatori\trici iper formati\e, che hanno viaggiato molto e hanno prodotto molto ma sono poco valorizzati e hanno poche garanzie di carriera, si pongono maggiori interrogativi il senso di questo mestiere.

È in questo campo di frustrazioni collettive e di crescente svincolamento dalle aspettative ereditate, che prende spazio l’idea di interessarsi più seriamente a tipologie di ricerca che assumano come riferimento (come co-attori della produzione scientifica e come depositari della conoscenza acquisita) gli stessi gruppi sociali che un tempo eravamo abituati a pensare principalmente come “oggetti” di ricerca.

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