Che cosa significa essere uomo, donna, entrambi o nessuno dei due? È davvero possibile, quando si parla di differenza sessuale, distinguere chiaramente gli aspetti biologici da quelli culturali e politici? Per quali ragioni emerge proprio oggi il bisogno di mettere in questione così radicalmente il binarismo uomo-donna? Cosa può dirci la crescente perplessità sul proprio gender nella società attuale?
Parole come gender e queer – prima confinate nei dibattiti tra intellettuali – cominciano a circolare sulle bocche di tutti. Entrano a pieno titolo nella vita quotidiana, generano risonanze, producono effetti sul pensiero e sulle scelte. Ma siamo davvero sicuri di sapere cosa esse significhino? E in particolare, come si articola la scoperta freudiana di una sessualità perversa polimorfa con le riflessioni delle teorie queer? La psicoanalisi ha davvero bisogno di una transizione? È possibile una psicoanalisi queer?
Affrontare laicamente e criticamente un tema come l’identità di genere non è facile per innumerevoli motivi, questo libro lo testimonia. Ma interrogarsi sulle crescenti transizioni di genere, sui multiformi destini della sessualità non è solo qualcosa che l’analista può fare, ma qualcosa che dovrebbe fare, perlomeno se vuole cercare di rimanere al passo con la “soggettività dell’epoca”.
Lungi dal proporre conclusioni finali definitive e rigide, questo volume offre ricco materiale per un dibattito già ampiamente articolato nel mondo, in particolare giovanile, ma che stenta a precisarsi in Italia. Evitando il gergo specialistico e il sussiego dalla psichiatria vengono affrontate da diverse prospettive, senza inibizioni, tematiche che riguardano sempre di più ciascuno di noi.
Conversazione con Sergio Benvenuto e Paolo Cotrufo
Contributi di Ale, Sara Fontanelli, Gemma Zontini
Lo stato della questione di genere in Italia in rapporto alla psicoanalisi è pressappoco quello di un cantiere: da un lato, si tratta ancora di recepire e, in un certo senso, di assorbire, gli studi di genere e queer nel nostro dibattito teorico, nella formazione universitaria, nelle istituzioni, senza considerare questo complesso di saperi e pratiche come un pacco importato forzatamente dagli USA. Si tratta insomma di verificare la presenza reale di quel significante strisciante, trasversale, carsico, dotato di effetti, che è il queer: queer che sì, è un “mero” significante, ma riconoscere che sia un significante come qualunque altro non ne sminuisce l’effetto. Dall’altro, sarebbe bene che il contesto psicoanalitico italiano non percepisca il ‘dilagare del significante queer’ come una richiesta di aggiornamento della psicoanalisi. E questo non perché vada alimentata la retorica della psicoanalisi inattuale, quanto perché il queer, per la psicoanalisi, non dovrebbe essere nulla di nuovo, non un tema su cui fare update ma la materia prima con cui essa ha sempre lavorato. Per questo, Sergio Benvenuto osserva a rigore che alcune accuse alla psicoanalisi, ad esempio quella di binarismo, sono infondate, perché «Freud respinge l’idea che esistano dei gender profondi, un’anima femminile e un animus maschile, come distingueva invece Jung» e «Freud non crede nelle identità sessuali». Se stanno così le cose, basterebbe insomma essere freudiani in senso stretto per essere queer, non binari. Tutto vero. Spingendoci ancora oltre, a mio avviso Freud si salva dalle accuse di binarismo non solo per questo, ma per una costruzione teorica molto raffinata rispetto al sesso e al genere o a ciò che in maniera semplificata (e binaria) continuiamo a chiamare così.
La costruzione di cui parlo potrebbe rendere Freud l’inventore ante litteram della ‘distinzione’ – termine problematico, che andrebbe piuttosto sostituito con commistione o imbricazione – tra sesso e genere in un senso non dicotomico. Mi permetto quindi una breve digressione, funzionale al procedere del nostro dialogo, su un passaggio dell’opera freudiana che, a mia conoscenza, non è stato considerato negli studi di genere e queer, situato alla fine di Psicogenesi di un caso di omosessualità femminile. Qui Freud definisce i ‘pilastri’ dell’identità di un soggetto come una triade: a) ermafroditismo fisico; b) caratteri sessuali psichici e c) scelta dell’oggetto. A un lettore minimamente avvertito su temi di genere questa triade potrebbe risuonare come il ‘corrispettivo psicoanalitico’ dell’altrettanto nota triade di sesso, genere e orientamento sessuale (oggi ampliata con almeno dieci elementi). Tuttavia, se queste due triadi volessero collimare perfettamente, Freud avrebbe dovuto parlare di “caratteri sessuali fisici” – che corrisponderebbe al nostro “sesso” –, caratteri sessuali psichici – ovvero il genere – e scelta d’oggetto, ovvero orientamento sessuale. Perché invece di “caratteri sessuali fisici” parla di “ermafroditismo fisico”?
L’ermafroditismo fisico non è da intendere come insieme per così dire bruto di caratteri biologici: proprio perché si parla di ermafroditismo significa che vi è già implicata una attribuzione di caratteri psichico-culturali, da qui la relazione dell’ermafroditismo fisico con i caratteri sessuali psichici. Infatti, come ben nota Patricia Gherovici, «Freud ha evitato la trappola di dover scegliere tra anatomia [ciò che definiamo sesso] e concezione sociale [ciò che definiamo genere]. Per la psicoanalisi, il sesso non è mai un evento naturale, né può essere ridotto a una costruzione discorsiva. L’alternativa ‘sesso o genere’ è falsa».
In più, il punto decisivo è il rapporto in cui i tre caratteri stanno tra loro: che non è di consecutio o di progressione lineare secondo questo ordine: caratteri sessuali fisici implicano caratteri sessuali psichici che implicano scelta di oggetto; se lo leggessimo così, sì Freud sancirebbe un assioma pulsionale dell’eterosessualità e dell’omosessualità. Non solo – mostra Freud – sesso, genere e orientamento sessuale non sono legati, e quindi un uomo cisgender può essere omosessuale e un uomo non cisgender può essere etero, ma anche l’omosessuale (siamo dunque sul piano dell’orientamento sessuale, che Freud chiama “carattere”) può non scegliere l’oggetto che tradizionalmente è pensato per il suo orientamento sessuale, ovvero la persona dello “stesso sesso”. In Freud non esiste lo stesso sesso né il sesso opposto, perché la premessa dell’ermafroditismo come sesso rende tutti al contempo estranei e appartenenti al proprio-altro sesso. Che l’omosessuale non definisca il proprio orientamento in base all’oggetto che sceglie rende aperta la sua pulsione alla scelta di qualsiasi oggetto, il quale a sua volta può essere di qualsiasi orientamento, e dotato di qualsiasi carattere sessuale fisico e psichico, in una catena di soggetto-orientamento-oggetto assolutamente singolare e necessariamente bizzarra per ciascuno. Infatti, caratteri sessuali fisici, psichici e scelta dell’oggetto «variano l’uno indipendentemente dall’altro, e, a seconda degli individui, si manifestano in molteplici permutazioni». Quando ho letto questo passaggio, mi ha subito ricordato un testo contemporaneo, molto citato in ambito queer, che si potrebbe pensare non abbia nulla a che vedere con la psicoanalisi. Nel 2000, in The Five Sexes Revisited – testo in cui aggiorna la sua posizione espressa in The Five Sexes – la biologa evolutiva Anne Fausto-Sterling scrive un passaggio a mio avviso molto freudiano, che apparenta discorsi contemporanei come quello sull’intersessualità con il sempre attuale discorso psicoanalitico. Fausto-Sterling nota che abbiamo costruito una «storia idealizzata [nda. dei generi]», che «sorvola su molti avvertimenti ovvi: alcune donne hanno peli sul viso, altri uomini non ne hanno; alcune donne parlano con voci profonde, alcuni uomini con voci acute. Meno noto è il fatto che, a un’attenta analisi, il dimorfismo assoluto si disintegra anche a livello di biologia di base. […] Ciò che è diventato sempre più chiaro è che si possono trovare livelli di maschilità e femminilità in quasi tutte le possibili permutazioni». Come noto, la proposta di Fausto Sterling non solo prevede un intreccio di maschilità e femminilità in qualsiasi individuo, ma si spinge a sostenere che maschio e femmina «non siano abbastanza», ovvero che ci sia dell’altro a contrastare «l’idea in cui è maggiormente impegnata la società occidentale, […] che esistano solo due sessi».
[Sara Fontanelli]