Salvatore Engel-Di Mauro, Il comunismo è verde. Lezioni ecologiche dai paesi socialisti

Che l’origine dell’attuale crisi ambientale risieda nel modo di produzione capitalistico, è diventato ormai senso comune. Che la soluzione si trovi in un socialismo ecologico, ne è di fatto logica conseguenza. Ne deriva che, per raggiungerlo, molto si può imparare dallo studio dell’esperienza del passato, dalla storia dei tentativi, e dalle difficoltà che si sono incontrate nella strada verso di esso. Eppure il tema viene raramente sollevato. Il libro di Engel-Di Mauro colma questo vuoto, indagando con rigore scientifico, perizia storiografica e passione politica le lotte, le concezioni e i risultati ecologici del “socialismo di Stato”, cioè quella società in cui il capitalismo è stato abbattuto ma il comunismo non ancora raggiunto. Le scoperte sono a volte sorprendenti, le vicende raccontate spesso incoraggianti. Ma il guadagno è soprattutto nella concretezza e nel realismo di cui può arricchirsi la giusta e necessaria spinta utopica che muove le lotte per un futuro ecologico e giusto.

“L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza” titolava un famoso pamphlet in cui Engels esponeva l’interpretazione materialistica della storia sviluppata da lui e Marx, il fondamento scientifico di una prospettiva rivoluzionaria che così trovava la propria base materiale. Il libro che avete tra le mani può essere considerato un prezioso contributo affinché a compiere un analogo passaggio evolutivo sia quello che oggi viene chiamato “ecosocialismo”. Il suo autore, Salvatore Engel-Di Mauro è ben titolato per farlo: professore di geografia alla State University of New York, esperto di scienze del suolo, ex-caporedattore di “Capitalism Nature Socialism”, “rivista internazionale e multidisciplinare di ecosocialismo”, una delle più note e autorevoli nel campo.

Ma cos’è l’utopismo di cui bisogna liberarsi? Non si tratta della mancanza di padronanza della materia in sé, dell’insufficienza di idee e competenze su come potrebbe tecnicamente funzionare una società egualitaria e, si direbbe oggi, ecologicamente sostenibile. Questo tipo di rigore e inventiva non mancava di certo ai socialisti pre-marxiani. Engels parlava con ammirazione del livello di dettaglio con cui Robert Owen delineava i contorni della società futura, che come gli altri due “grandi utopisti”, Fourier e Saint-Simon, poteva anche vantare concrete sperimentazioni pratiche. Oggi allo stesso modo abbondano piani e ricette per un domani socialista e verde. Per segnare il passaggio alla scienza, però, ora come allora, serve altro, serve individuare la forza materiale capace di tramutarli in realtà, ciò che nel presente è gravido di futuro. È così che Marx ed Engels hanno scoperto il proletariato, il lato cattivo della storia che nella spontanea ribellione contro la propria condizione la muove oggettivamente in avanti, verso un mondo senza classi. E così, viceversa, il proletariato ha incontrato il socialismo scientifico, la teoria nata in seno al suo stesso movimento per dargli coscienza e organizzazione. Grazie a essa, in neanche un secolo e mezzo la classe operaia ha potuto fare enormi passi avanti, dare prova del proprio potere e dimostrare la verità della teoria che lo guidava. Poi di passi ne ha fatti altrettanti indietro. Non solo quel potere l’ha quasi ovunque perso, ma con esso se n’è andata anche la consapevolezza della propria forza, il timore che questa suscitava nella classe dominante e i diritti che quest’ultima era costretta a concedere in risposta. Col risultato paradossale che proprio mentre si registrano record di diseguaglianza dimostrano la sua esistenza statistica, oltre a gridare vendetta, il proletariato viene considerato scomparso come categoria sociale.

Se dal lato del movimento operaio al passo avanti compiuto dalla storia ne sono seguiti due indietro, da quello del capitale le cose sono procedute in maniera relativamente lineare. Le forze produttive hanno continuato a svilupparsi e con esse ha raggiunto un livello senza precedenti lo scambio tra la società umana e l’ambiente di cui si appropria, di cui rielabora, consuma ed espelle i prodotti, in quel processo che Marx chiamava “metabolismo tra uomo e natura”. Da cui sono conseguiti i prevedibili imprevisti, secondo la massima engelsiana per cui ogni vittoria sulla natura “in seconda e terza istanza ha effetti del tutto diversi, impreveduti, che troppo spesso annullano a loro volta le conseguenze benefiche”. Imprevisti come il riscaldamento globale, che non si limitano soltanto a vanificare i benefici della cosiddetta società dei consumi, quella che secondo le teorie in voga un tempo avrebbe imborghesito la classe operaia al punto da farla sparire. Oggi non a essere spazzate vie non sono solo queste illusioni, ma rischia di esserlo addirittura proprio la specie umana per via dalle conseguenze ecologiche della crescita e dello sviluppo capitalista. A forza di procedere in avanti, siamo così tornati al punto di partenza. A quel pessimismo che agli albori della società industriale spiegava la paradossale coesistenza di estrema povertà ed estrema ricchezza attraverso leggi ecologiche ante-litteram. In una delle loro formulazioni più celebri, quella della legge della popolazione di Thomas Malthus, le risorse crescono a un tasso sempre inferiore rispetto a quello della crescita della popolazione che nutrono. La miseria è al contempo il risultato di questo consumo insostenibile e ciò che lo tiene a bada. Illudersi di superarla significa portare il sistema oltre i propri limiti, che quindi si ristabiliscono violentemente attraverso crisi catastrofiche, i cosiddetti “collassi malthusiani”. In forme più aggiornate e sofisticate è quello che sostengono tutt’ora la maggior parte dei teorici dei limiti della crescita, a partire dal celeberrimo “I limiti dello sviluppo” ormai vecchio più di cinquant’anni. “Sono passati duecenti anni e ancora nessuno ha dimostrato che Malthus sbaglia”, scriveva nel 1998 Donella Meadows, una delle sue autrici.

Peccato che dimostrare il torto di Malthus era precisamente uno degli scopi di Marx. Non perché avesse fiducia nel progresso capitalista, ma all’opposto, perché spiegava proprio attraverso di esso, e quindi non attraverso leggi naturali, il regresso dell’umanità. “Una legge astratta della popolazione esiste soltanto per le piante e per gli animali nella misura in cui l’uomo non interviene portandovi la storia”, scriveva lapidario nella sezione finale del primo volume del Capitale. La legge della popolazione di Malthus era una naturalizzazione della legge della miseria crescente delle masse che è propria dell’accumulazione capitalista. La legge per cui il salario non può salire oltre una certa soglia, pena l’interruzione dell’accumulazione stessa e quindi il dilagare della disoccupazione, che a sua volta deprime il salario. Un meccanismo autocorrettivo ai danni della classe operaia che si accompagna alla tendenza alla crescita della quota di capitale costante – i macchinari – sul capitale totale investito, che rende il proletariato sempre più dequalificato, sostituibile e quindi precario, creando un crescente “esercito industriale di riserva”. Questa la “legge generale dell’accumulazione capitalista”, questa la ragione della popolazione in eccesso, che spiega anche il paradosso della crescita della miseria nel dilagare della ricchezza e il dilagare della miseria nel crescere della ricchezza. La catastrofe – che è economica, ecologica, sanitaria, ecc. – c’è sempre (per la classe operaia) e non c’è mai (per la borghesia). Non può che essere così in un modo di produzione in cui “l’operaio è al servizio della ricchezza e non la ricchezza al servizio dell’operaio”.

[Dall’Introduzione di Luca De Crescenzo]

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