In Cos’è l’ebraismo? Emil Fackenheim ci offre una esaustiva presentazione e una appassionata introduzione all’ebraismo. Vengono affrontate a partire dalla considerazione in cui si trova “l’ebreo di oggi”, importanti questioni, come l’antisemitismo, il sionismo, la relazione fra l’ebraismo e le altre religioni, questioni ripercorse alla luce di episodi centrali della storia ebraica oltre che delle problematiche sorte nel Novecento. Il volume è così rivolto alle giovani generazioni, quelle che necessitano ancora risposte da chi le ha precedute, ma è dedicato soprattutto a quella comunità vitale di ebrei sparsi in tutto il mondo (amcha) e che costituisce il punto di riferimento costante nella riflessione dell’ultimo Fackenheim. Quella comunità che si chiede con forza cosa sia o cosa resti dell’ebraismo, – attraverso quella prima e radicale domanda “what is Judaism?” che il titolo ricalca – dopo quella catastrofe universale che è stata la Shoah e dopo quell’evento storico che è stata la fondazione dello Stato di Israele. Eventi che richiedono con forza un approfondimento da parte di ogni ebreo e ogni uomo, se è vero che è impossibile non fare i conti con la propria umanità, dopo quanto accaduto nel corso del secolo scorso.
Dio, la Torah e Israele sono una cosa sola”: questo è un detto molto famoso dello Zohar, l’opera maggiore del misticismo ebraico, composta probabilmente dal cabalista Mosè de Leon nel tredicesimo secolo. Anche se abbastanza misterioso, la base del suo significato è piuttosto ovvia: non ci può essere Ebraismo senza tutti e tre – Dio, la Torah e Israele. Senza “Israele” può esserci un “monoteismo” astratto e anche una “Torah” nel cielo; ma non ci sarebbe la presenza di Dio e della Torah sulla Terra. Senza “Torah” non ci sarebbe un collante tra “Dio” e “Israele”. E senza “Dio” non esisterebbero gli ebrei o sarebbero (come spesso hanno desiderato) una nazione come le altre.
Ma un libro sull’Ebraismo per un ebreo di oggi come dovrebbe iniziare? Con “Dio”? Ma molti buoni ebrei moderni nel migliore dei casi Lo trovano soltanto nel corso della loro esistenza, non vivono seguendo Dio dall’inizio e, dopo quanto accaduto in questo secolo, anche molti ebrei di autentica bontà non riescono affatto a trovarLo.
Iniziare dalla “Torah”, allora? Molti ebrei israeliani sono così profondamente immersi nel libro ebraico da avere trovato in esso la loro identità, non soltanto come israeliani, ma anche come ebrei. Eppure in tutta onestà ci può essere per loro solo il libro ebraico, non il Libro. Un motivo minore contro l’inizio con la Torah è la Diaspora degli ebrei che, non a causa loro, non conoscono questo libro. La ragione più convincente è il caso dei refusenik, ebrei nell’Unione Sovietica impegnati a chiedere il permesso di lasciare il paese per emigrare in Israele e questo con la consapevolezza di rischiare di perdere il lavoro, affrontare la discriminazione, così come la negazione del permesso di espatrio. Se essi non avessero avuto conoscenza della Torah, non sarebbe stato affatto per colpa loro. La politica sovietica ha per lungo tempo e deliberatamente creato una frattura tra il popolo ebraico e la Torah. In questo momento Josef Begun è in prigione per il “crimine” di “parassitismo”. Sicuramente, prima di essere stato incarcerato, quest’ebreo impegnato aveva lavorato duramente come insegnante privato di ebraico. Era stato anche prudente nell’elencare il suo lavoro e i suoi profitti nella dichiarazione dei redditi che aveva debitamente presentato. Ciononostante era stato dichiarato colpevole del crimine di parassitismo, perché non si può insegnare un linguaggio inesistente. Questa è la concezione su cui si basa l’attuale politica sovietica.
Dobbiamo, allora, iniziare con il terzo termine sopra citato, con “Israele” – con gli ebrei come sono veramente. Iniziando in questo modo, proviamo a dare il peso necessario alle realtà del nostro tempo. Tuttavia non dobbiamo perdere di vista che, qualunque siano le realtà variabili nella storia dell’Ebraismo presenti da circa quattro millenni, “Dio, la Torah e Israele”, in qualsiasi costellazione mutevole, sono le componenti durature. Sono, per così dire, il passato sempre presupposto.
Un tempo, devo confessare, il mio approccio sarebbe stato piuttosto diverso. Quando nel 1935 andai alla Hochschule di Berlino, ero in cerca di espressioni sublimi della fede ebraica – e poco più. Pertanto ero piuttosto annoiato quando il direttore della scuola e il nostro professore di storia, Ismar Elbogen, sembravano impiegare troppo tempo nel raccontare come riusciva a sopravvivere l’ebreo comune durante i periodi di oscurità e persecuzione. Come conduceva la sua vita e si prendeva cura di moglie e figli? A chi interessavano queste cose così insignificanti! Che ne era dei grandi martiri e santi? E dov’era il significato più profondo della storia ebraica?