Manca il respiro. A quarantena finita, l’aria manca proprio come prima del confinamento. Com’è possibile?

In un romanzo del 1990 intitolato La musica del caso, Paul Auster immagina un uomo che, per uscire da una fase particolarmente critica della sua esistenza, mette in campo tutte le energie di cui dispone. La sua grande operosità, però, si concretizza in un’impresa bizzarra, ovvero la maniacale fabbricazione di un muro nel quale egli finisce per imprigionarsi. In questa sua poetica dell’assurdo, lo scrittore americano si sarà forse ispirato a un racconto che Franz Kafka aveva scritto circa settant’anni prima: ne La tana un misterioso io narrante descrive la minuziosa costruzione di un nido confortevole e sicuro, che insensibilmente si trasforma in una trappola. Siffatti personaggi, impegnati dapprima ad aprirsi uno spazio in cui essere liberi di godersi il proprio, finiscono poi per chiudersi in cattività.

Nella congiuntura attuale siamo presi in una logica altrettanto paradossale, bloccati in un circolo nel quale termini che si presumono opposti si contaminano a vicenda. Prima di chiedersi come rompere il circolo, però, occorre vederlo.

L’ansia di uscire e di “riaprire” va presa sul serio, non è un capriccio. Viene da lontano, risponde a un impulso originario: quello di sfuggire a ogni nicchia biologica, di spezzare qualunque vincolo a uno spazio dato come permanente e definitivo (altro che “congiunture stabili”!). Una claustrofobia archeologica spinge l’essere fuori di sé. È tempo di capire, infatti, che al mondo non si dà alcun eccezionalismo umano, ovvero che non è una specificità dell’Uomo quella di “superare infinitamente se stesso”, come sostiene Pascal. Tutto, tutti gli enti, tutto quello che c’è desidera fuoriuscire da sé, stare all’aperto, esporsi ad altro. Vale per gli argonauti e per gli astronauti, per la deiscenza del fiore, per la pietra che con tutta la sua massa si spinge verso il suolo, vale per il microchip che cattura e rilascia dati, per i flussi di energia in espansione, per i corpi siderali che non smettono di torcere l’universo. Tutti gli enti, tutti insieme e senza coerenza, si gettano al mondo. Per tutte le cose ek-sistere significa spingersi fuori.

Tuttavia è potuto accadere che questa coazione all’esposizione abbia subito una specie di perversione: la fuga da ogni principio è stata agganciata, e forse financo sostituita, da un’accumulazione originaria. Il nome storico di questo raccogliere solerte e senza fine è ‘capitalismo’. Nell’enorme energia che esso scatena, nella libertà che promette e che fa dilagare, specialmente sotto forma di iniziativa privata, si dissimula questo raccoglimento, questo rinchiudersi e rinserrarsi nel proprio, nella bolla della proprietà.

La nostra iperattiva ricerca di benessere, l’industriosa costruzione di piccole oasi di autonomia, nascondono il fatto che tutta questa solerzia è intesa a una mera autosegregazione. D’altra parte, ‘industria’ significa ‘gettare dentro’: il capitalismo è ben più di un sistema economico-politico, è un’opzione ontologica che rinchiude e isola le esistenze, schiaccia le vite sulla terra, ne coarta l’espansione. Non lo si vede facilmente, dal momento che, da una parte, ciascuno è spinto a realizzare se stesso seguendo il proprio desiderio (si pensi allo “Stay hungry, stay foolish” di un campione del capitalismo contemporaneo), d’altra parte, l’immateriale, il cognitivo lusingano proprio per la loro apparente levità.

In realtà, che si tratti di petrolio o bitcoin, tutto accade secondo una logica della profondità e della pesantezza: accumulare, immagazzinare, aumentare, agglomerare, connettere, capitalizzare, e poi difendere, proteggere, murare. Creare confini, e lì identificare, fermare, respingere; altrove colonizzare, territorializzare…

Manca il respiro: da molto tempo, proprio come Icaro confondeva volo e caduta, scambiamo il chiuderci dentro con un moto di libertà. Ci costruiamo delle spire tutto intorno e ne finiamo soffocati. Non stupisce che non ne abbiamo percezione. Ciò accade per due motivi. Anzitutto, perché nella logica della profondità il dentro e il fuori non si distinguono, dal momento che entrambi si sperimentano come peso, come una forza che può solo essere subita. Paradigmatico di ciò è quanto accade ai due protagonisti de La giara di Pirandello: non è diverso il destino dell’artigiano che finisce incastrato nel recipiente da quello del proprietario che ne sta fuori, giacché questi, in realtà, più ancora dell’altro, ne è assolutamente schiavo.

Ma ben più importante è il fatto che il sentire stesso è attenuato. Alla profusione di corpi offerti al piacere reciproco, si accompagna una sottile anestesia dei sensi. Anche qui occorre intravedere e decostruire una logica della profondità. Mai come in questi giorni, pensiamo all’immunità come a qualcosa che ha a che fare col dentro, con una alterazione che ha luogo nello spessore della carne, nei vasi sanguigni che vi affondano.

Ebbene è forse necessario dislocare la logica immunitaria verso il fuori, vedere come essa intervenga a separare i corpi, isolarli, privandoli anzitutto del senso che l’uno ha dell’alto. In Mythologies (1957), Roland Barthes mostrava – assumendo come paradigmatica la scena dello strip-tease, dove la nudità è offerta dentro un sapiente gioco di velamento/svelamento – che l’ostensione dei corpi si dà di fatto attraverso una rigida disciplina del loro nascondimento. Il desiderio è somministrato come antidoto di se stesso, “piccoli atomi di erotismo” vengono assorbiti proprio per disattivare l’elemento carnale, esattamente come accade con un vaccino che, attraverso una dose di veleno, ci rende inattaccabili da quella medesima tossina. L’anestesia dei sensi passa per una sovresposizione che immunizza l’esposizione.

Manca il respiro, manca, cioè, il fuori, lo slancio all’esteriorità, l’apertura sincera al mondo.

Le estetiche contemporanee registrano questo collasso del fuori: per un verso, da molto tempo esse si sono spostate dalle superfici alle atmosfere, come testimoniano i trend vaporwave, chillout eccetera; dall’altro, lungi dal costituire un’apertura, una via di fuga, queste pratiche artistiche agiscono nel modo dell’immersione, dello stare dentro l’evento (non più davanti allo spettacolo), nel costruire la propria bolla. Sempre dentro, manca l’aria, è dimenticato lo slancio, l’effrazione, la dischiusura.

Esistere è sempre necessariamente coesistere, esporsi alla pura numerosità delle cose, al fatto che tutti gli enti si danno senza alcuna coordinazione, in una mera giustapposizione priva di sintesi. In questo senso, non è affatto scontato che siano gli uomini i soggetti di una rivoluzione, poiché essi sono incastrati in questa immanenza insieme a tutti gli altri enti. Oggi è un virus l’agente storico di una rivoluzione che consiste essenzialmente nel divenire opaco delle nostre bolle. Esasperando il nostro annaspare continuo, il virus rende visibile il guscio trasparente nel quale ciascuno stava; facendo problematico il respiro, ci fa sentire l’asfissia alla quale c’eravamo consegnati.

Ben al di là dell’emergenza sanitaria, occorre recuperare un rapporto con l’aria, con l’atmosfera, con la leggerezza. È necessario che la democrazia sia pensata non più come giustificazione giuridico-politica dell’accumulazione capitalistica. Poiché essa è stata prima di tutto, alla sua origine, distacco da ogni origine. Il primo esperimento democratico, nella Grecia classica e attraverso la riforma di Clistene, consisteva esattamente nel separare gli uomini dalla loro terra.

Non c’è democrazia senza un rapporto produttivo con l’aria, col respiro, col vento, con una forza espansiva che scardina i confini. Ben più che istituzione politica, la democrazia è spirito, soffio, slancio; è andare oltre, è metafisica ed è iperbole. Bisogna pensare la democrazia il più possibile vicino a quello slancio che porta nell’essere tutti gli enti. Questo fervore ontologico attraversa tutto e tutti, è comune. Fuori da quest’ultimo c’è solo una gestione tecno-amministrativa che inchioda le esistenze a un determinato status, le separa gerarchicamente, le appesantisce. È tutto un parlare di confini, di suolo, di culture e territorio, di identità e alterità, di noi e di loro, dell’uguale e del diverso. Senza il soffio del comune, la democrazia non è altro che stato di polizia, più o meno gentile.

Il 28 maggio 2020, in piena emergenza Covid-19, a Minneapolis un poliziotto uccide un uomo disarmato schiacciandolo a terra con tutto il peso del proprio corpo: George Floyd muore di asfissia, con la faccia pressata sull’asfalto, urlando I can’t breathe, non riesco a respirare. Questa scena infame non è un evento, risponde bensì alla logica d’azione della polizia, la quale, tutt’altro che tutrice della legge, ha, in questo quadro così pesante, una funzione di normalizzazione, di riconduzione delle vite a una norma, pena la loro esclusione fisica (carcere o morte).

Negli Stati Uniti una curiosa espressione viene usata spesso a mo’ di saluto beneaugurante: don’t forget to breathe. Letteralmente sta per ‘non dimenticare di respirare’, ma ha un senso molto più ampio. Per un verso, infatti, è un invito a restare lucidi, a non smettere di respirare davanti a qualcosa di stupefacente; ma, dialetticamente, dice anche l’opposto, ovvero sollecita a non dare per scontato il fatto banale e automatico di respirare. Né lasciarsi mesmerizzare dallo stupore o dal terrore, né dimenticare la bellezza del respiro, questo gesto di interiorizzazione che immediatamente preme per disperdersi nel fuori.

Libertà, uguaglianza, giustizia, dunque. Ma che la formula della democrazia ne dica oggi, prima di tutto, lo spirito (del) comune, il soffio che deve rianimarla. Che non si dimentichi di respirare.

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