Divano. Il dispositivo della psicoanalisi, Federico Leoni, Riccardo Panattoni (cur.)

Più che di una disposizione dei corpi nello spazio, il divano è l’espressione dell’ingresso in un altro rapporto, un rapporto clinico in quanto rapporto inclinato – con la lingua. (Judith Kasper)

La posizione supina espone il corpo, evoca almeno in apparenza una sorta di acquiescenza. Distesi, diveniamo la nostra stessa terra, la nostra stessa ombra. Ci facciamo noi stessi letto immoto dell’atemporalità, letto che contiene il fiume dello scorrimento. (Luciano De Fiore)

Sul divano ci si sdraia per risvegliarsi. L’esperienza psicoanalitica è un’esperienza di risveglio. Solo che qui dobbiamo intenderci. Chi si risveglia non è il soggetto, che appunto è meglio continui a dormire, nello stordimento che gli è proprio. Chi si risveglia è quello che Lacan chiamava il parlessere. (Matteo Bonazzi)

Saggi di: Matteo Bonazzi, Alessandra Campo, Luciano De Fiore, Elena De Silvestri, Edmund Engelman, Judith Kasper, Federico Leoni, Riccardo Panattoni, Karl-Josef Pazzini, Igor Pelgreffi, Gianluca Solla, Nicola Turrini, Silvia Vizzardelli

Il divano, o il lettino, come spesso viene chiamato, è diventato da un secolo il simbolo stesso della psicoanalisi. Come tutti i simboli è fin troppo evidente e incombente, e col tempo passa sempre più inosservato. La letteratura che lo riguarda è scarsa. La ricerca più accanita non arriva a mettere insieme molto altro che una serie di rapidi riferimenti alle pagine arcinote in cui Sigmund Freud racconta che farsi fissare dai pazienti per tante ore al giorno gli pesava almeno quanto pesava ai suoi pazienti essere fissati da Freud nel corso di confessioni spesso dolorose o imbarazzanti. Così, i temi che ritornano in letteratura sono sempre gli stessi: liberarsi dalla presa dello sguardo, lasciar correre la parola del paziente senza gravarla di troppi vincoli immaginari, lasciar correre a sua volta l’ascolto dello psicoanalista al di là dei paraocchi o dei paraorecchie di un’attenzione troppo sistematica e inevitabilmente scolastica. Era tempo di andare a fondo di queste piste ma anche di riaprire il dossier in altre direzioni.

Abbiamo detto “confessioni”. È quanto basta per pensare a Foucault, alla sua riflessione sulla pratica della confessione cristiana, al gioco di sguardi o di cecità e di ascolto e di racconto che il suo dispositivo caratteristico, il confessionale, innesca tra il sacerdote e il fedele intento a confessarsi. Anche al di là della tentazione di tracciare una linea più o meno diretta, più o meno carsica, tra l’una e l’altra scena, religiosa e psicoanalitica, un’osservazione si impone, un’osservazione che Foucault ha reso inaggirabile. La materia delle cose è il trascendentale di ciò che noi facciamo quando entriamo nella loro orbita. La loro forma è destinata a diventare la forma dei gesti che realizziamo nei loro dintorni. La loro geometria detta la geometria dei nostri comportamenti. La loro struttura è l’inconscio della nostra esperienza.

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