Davide Olori, Il futuro non è scritto. Disastro, territorio e organizzazione sociale

Circa cent’anni fa apparivano le prime ricerche pioneristiche sui disastri come fatti sociali. Da allora, la volontà di confrontarsi scientificamente con “l’oggetto” così sfuggente del disastro ha portato a cercare risposte rispetto alle ragioni profonde, alle dinamiche processuali, ai risvolti dei disastri nella storia degli individui, dei gruppi e delle comunità.

Il volume ricostruisce la storia della disaster research ripercorrendo le principali vicende che hanno animato il dibattito, compresi i processi – quanto mai attuali – che hanno portato al cambiamento climatico, al collasso ecologico e alle disuguaglianze sociali che ne derivano. In un contesto in cui si moltiplicano e si intrecciano crisi e instabilità, il vocabolario dei disastri è oggi al centro del modo in cui si pensano i territori di domani. Attraverso la presentazione di tre casi di ricostruzione post-terremoto, il libro analizza il complesso gioco di interessi, attori e strategie, evidenziando la cornice di “accelerazione” entro cui si iscrivono le dinamiche sociali e le disuguaglianze.

I profondi sconvolgimenti sociopolitici degli anni settanta (i movimenti per i diritti civili, quelli anti-militaristi, quelli femministi e per la liberazione sessuale, quelli antirazzisti, ecologisti, anticapitalisti, terzomondisti, per la giustizia sociale etc.) scuotono le fondamenta dell’ordine democratico occidentale. L’accademia non ne resta indenne: è in quest’epoca che crescono molti degli studiosi che accresceranno le fila della DR e che porteranno istanze innovatrici nei loro lavori a partire già dalla fine della decade dei ’70.

Per capire la potenza della svolta epistemica, bisogna tenere presente che fino a poco tempo prima i disastri di origine naturale erano ancora considerati dall’opinione pubblica come parificatori della stratificazione sociale perché intesi come un indiscriminato “Atto di Dio” che colpiva le comunità casualmente (random). Grazie a questa randomicità i disastri erano considerati dei “livellatori di status” o eventi che “democratizzavano” la struttura sociale. Alcune primissime ricerche avevano addirittura tentato di avallare scientificamente tale interpretazione, mettendo al centro dell’analisi talune tipologie di disastri i quali, nel loro palesarsi distruttivo – e solo nel momento dell’impatto –, comportavano effettivamente una diminuzione delle discriminazioni culturali e delle distinzioni sociali.

Il tentativo però non avrebbe avuto una lunga resa poiché nel giro di un decennio i disastri cominciano a essere intepretati nella loro accezione socio-naturale, diventando un fenomeno complesso in cui i membri delle società colpite vivono esperienze differenti. Da lì a poco infatti, sia nelle scienze sociali che nell’opinione pubblica, i disastri diventano acts of people, a sottolinearne la dimensione prioritariamente sociale. I ricercatori si concentrano sulle relazioni che intercorrono tra il disastro (e il rischio) e gli individui coinvolti sulla base delle loro caratteristiche quali la razza, il genere, la classe sociale, etc. In questo modo viene superata e accantonata la concezione struttural-funzionalista che vedeva contrapposto il sistema socialmente uniforme all’evento disastroso.

Le nuove sensibilità che nel periodo dei ’70 caratterizzano la DR muovono da due postulati fondamentali. In primo luogo il principio che i pericoli, i rischi e i disastri sono frutto di costruzioni sociali (social constructs), e che come tali sono il prodotto dei problemi insiti nei sistemi tecnologici, politici, sociali ed economici che governano l’uso della tecnologia e la risposta socio-politica al disastro. Questa chiave di lettura permette al dibattito di accedere a una nuova percezione del problema, ovvero a una politicizzazione della risposta scientifica, soprattutto nel campo dei rischi human-induced o tecnologici. I fattori che veicolano gli agenti ambientali stressanti e che espongono le persone al rischio, infatti, sono raramente presi in considerazione nelle politiche pubbliche, che puntano ad affrontare i problemi nell’imminenza piuttosto che nelle cause fondanti nel medio-lungo termine.

Il secondo postulato, che caratterizza la ricerca di questi anni, è che gli effetti dei disastri non sono distribuiti equanimemente tra le persone e i luoghi in cui queste vivono. In questo periodo gli sforzi sono concentrati a dimostrare le conseguenze del post-disastro che alcune categorie più di altre si trovano a scontare, con un’attenzione particolare sia da parte degli istituti governativi che del mondo accademico, come nel caso dei lavori attenti al rischio human-induceed.

Il disastro come costruzione sociale e come esperienza differenziata a seconda delle caratteristiche dei gruppi non rappresentano di per sé una assoluta novità – ma il loro farsi egemone, sì: sarà un punto di svolta senza ritorno.

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