Difficile imbattersi, tra le voci di un ideale vocabolario filosofico, in un concetto tanto ambiguo quanto quello di “mito”. Anzitutto perché proprio in esso la concettualità incontra il suo limite. All’un tempo narrazione e immagine, Novum e eterno ritorno, potenza sovversiva e fantasmagoria ideologica, il mito intreccia le discipline, le storie e la Storia. Ma a cosa si deve l’indubbia attrattiva filosofica del mito? Che rapporto sussiste tra la storia travagliata del Novecento, le filosofie del mito, e i filosofi che in quella storia hanno dovuto prendere posizione? E come andrà interpretata, in particolare, la relazione inversa delle grandi “Mythos-Debatten” tedesche con la miseria politica della Germania? Ponendo a tema queste domande, il saggio sceglie un andamento genealogico per esaminare a ritroso tre generazioni di intellettuali tedeschi, da Horkheimer e Adorno fino a Benjamin, Bloch, Rosenzweig o Schmitt. Ne risulta la tesi che il mito, se da un lato segna il limite della concettualità, dall’altro possiede una propria logica, capace di stringere insieme la fascinazione e il terrore in un processo dialettico.
La dialettica del mito nella filosofia tedesca del Novecento si scandisce, intersecando il pensiero e la storia, in fasi successive di sedimentazione concettuale, fra ripudio del mito e sue reviviscenze, fra strumentalizzazioni politiche e ambiguità demoniche. È un gioco di metamorfosi che attinge una forma estrema, scarnificata ed essenziale nell’equiparazione di mito e violenza. Gli anni dell’esaltazione bellica in Germania (cui seguono rivoluzione, guerra civile, attentati e insomma brutalizzazione della politica) offrono allora un nuovo senso al “mito dello sciopero generale” di Georges Sorel, riletto come mito della violenza. Sarà opportuno, quindi, dialogare con due tra i più celebri interpreti delle soreliane Riflessioni sulla violenza: Walter Benjamin e Carl Schmitt. Tanto Benjamin, nella Critica della violenza, quanto Schmitt, nella Teoria politica del mito, elaborano complesse analisi del Mythos, che mentre ne esibiscono l’origine violenta incontrano però momenti di incongruenza e opacità interna. La (meta)critica che se ne propone mira a porre in risalto alcune acquisizioni teoretiche: che il mito non giunga mai a coincidere con la violenza concreta, storica e reale, ma che ne promuova al contrario l’oblio e la messa-in-possibilità; e che quindi perfino il mito della violenza pura (quale catarsi e rigenerazione) debba celare un oblio della violenza storica (il nudo e insensato annientamento della vita). Di qui la transizione, attuata con il paragrafo conclusivo, dalla filosofia alla storia, nell’intento di indicare le procedure di usurpazione della memoria e di identificazione nazionale che hanno voluto conferire senso a una guerra perduta, mitizzando a posteriori la violenza o cercando inutilmente di cancellarne il ricordo. Nel nulla della violenza reale affonda la radice della dialettica del mito, che al contempo nasce e – in una critica genealogica – viene sempre provvisoriamente «portata a termine».