François Roustang, Un destino sì funesto

Si diventa e si rimane allievi per evitare il rischio di pensare e parlare in prima persona, per evitare il pericolo della follia. Ma le relazioni tra Freud e Abraham, Jung, Tausk e, non ultimo, Groddeck mostrano che la posizione di allievo è pericolosa anche quando sembra protettiva. I rapporti di forza che vincolano il maestro e i suoi discepoli sono portatori di violenza, morte e disorientamento.

Di qui il paradosso. La dissoluzione del transfert è uno dei compiti principali della cura psicoanalitica. Ma il legame maestro-allievo si sostiene proprio sul mantenimento del transfert. Il che comporta una fatale e costante identificazione tra il maestro e la sua teoria, e quindi tra la sua teoria e l’istituzione da lui stesso fondata. Ne derivano la paura e la ricerca incessanti del plagio, del furto dei pensieri, dell’influenza occulta su entrambi i protagonisti della relazione, che in questo modo finiscono per trovarsi ai confini ora della psicosi, ora della religione.

In questa prospettiva, la teoria psicoanalitica appare nella maniera più chiara come un’esitazione tra il delirio e la scienza, tra la proiezione e il discorso universalmente valido. La sua forza operativa si dà solo nell’aprèscoup, mentre risulta nulla se la si vuole fissare in anticipo.

Nel 1906, quando ebbe inizio la corrispondenza tra Freud e Jung, le posizioni di ciascuno erano nettamente stabilite, espresse dall’uno e dall’altro con la massima chiarezza; vale a dire: tutto era pronto per un malinteso clamoroso, con ciascuno dei due che credeva di riuscire a far accettare all’altro le proprie idee. Jung aveva trentuno anni. Ricopriva già un ruolo di prestigio nel mondo psichiatrico, nel quale sapeva bene cosa farvi entrare. Lettore di Freud, da quando nel l900 Bleuler gli aveva chiesto di fare una relazione sulla Traumdeutung, egli l’aveva già integrata nel proprio pensiero. La sua tesi di dottorato Psicologia e patologia dei cosiddetti fenomeni occulti, – come anche i lavori pubblicati tra il 1902 e il 1905 – utilizzava Freud e vi si riferiva, ma (già) escludendo la teoria sessuale. Quando ricevette una prima lettera da parte di Freud – «Il Suo ultimo lavoro Psicoanalisi ed esperimento associativo è, naturalmente, quello che mi ha fatto più piacere, perché Ella, basandosi sull’esperienza, ha sostenuto che io non ho riferito se non la verità in campi su cui fino ad ora la nostra disciplina non si era ancora avventurata. Sono fiducioso che Lei si troverà ancora spesso nella condizione di confermare le mie idee e d’altra parte mi lascerò correggere volentieri» (1F): lettera che poneva Jung, sin dall’inizio, nel ruolo di favorito, di allievo utile a giustificare le tesi già stabilite dal maestro, a dimostrare ciò che già era provato, lettera quindi che non gli riconosceva alcuna originalità – lì per lì Jung non rispose nulla. Non avrebbe risposto che sei mesi più tardi, all’invio da parte di Freud dei suoi Kleine Schriften, e a quel punto avrebbe messo le carte sul tavolo. Si sarebbe trattato per lui di «familiarizzarsi rapidamente e a fondo» con la maniera di pensare di Freud, in modo da persuadere gli psichiatri dell’importanza della sua “psicologia”. Psicologia che a suo avviso era possibile accettare, senza tuttavia dover condividere l’esclusivismo dell’eziologia sessuale dell’isteria così come, più in generale, la teoria sessuale freudiana. Attraverso questa distinzione, «la psichiatria trarrà indubbiamente, un giorno, vantaggi inesauribili» (2J). Jung si vantava del fatto che «ora Bleuler si è pienamente convertito».

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