— Un contributo decisamente innovativo. Di Stasio identifica con grande precisione, all’interno dei processi di realizzazione del plusvalore, il ruolo svolto da importanti meccanismi di creazione monetaria senza contropartita. Il problema di una moneta del comune, posto con chiarezza, consiste nel comprendere come sottrarre questa produzione di denaro senza contropartita ai processi di nuova valorizzazione capitalistica.
Christian Marazzi, economista presso la Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana
— Riprendendo da cima a fondo la lezione marxiana, Di Stasio propone di sganciare la moneta dalla trappola stato-mercato e di riconoscerle una qualità squisitamente relazionale che la rende irriducibile alla logica di accumulazione del capitale. In quanto espressione di valore d’uso della stessa prassi sociale, la moneta è per eccellenza un’astrazione reale in senso marxiano e s’inscrive anch’essa nel regime di conflittualità che caratterizza quella prassi.
Paolo Napoli è directeur d’études all’École des hautes études en sciences sociales di Parigi
Ci sono libri scritti nell’urgenza, come un pamphlet per rispondere a una polemica o ai problemi sollevati da una congiuntura determinata. Altri, invece, si sviluppano nel tempo come una trama di ricerca, tesa a sciogliere pazientemente, uno per uno, i nodi teorici e politici che possano consentire, in futuro, la realizzazione di un’utopia concreta – nel senso materialistico di Ernst Bloch – vale a dire far emergere ciò che è potenzialmente già là, nel presente.
Questo è senza dubbio il caso del saggio di Antonio Di Stasio, che, contro le tendenze dogmatiche del marxismo, riparte dal rapporto tra denaro e potere in Karl Marx per mostrare, sul piano epistemologico e logico-storico, come il superamento del capitalismo non implichi la soppressione del denaro, ma, al contrario, possa e debba compiersi nel divenire del comune, inteso come un modo di produzione monetario.
Il libro di Di Stasio è infatti il risultato di un lungo processo di ricerca e di riflessione di cui ho potuto seguire la gestazione fin dai tempi della redazione della sua tesi di dottorato, sostenuta nel 2022, che avevo diretto con Adalgiso Amendola nel quadro una cotutela tra l’Université de Paris 8 e l’Università di Salerno. La discussione della tesi, che aveva riunito alcuni tra i più riconosciuti specialisti della moneta, del pensiero di Marx e della teoria della comune e dei beni comuni, aveva già premesso di far emergere le indiscutibili qualità di un brillante ricercatore in nuce. L’opera qui presentata al lettore conferma tutte le promesse di un ricercatore ormai giunto a un livello di maturità certo e destinato a un brillante avvenire. Si tratta di un lavoro rigoroso, ben strutturato, denso e al tempo stesso pedagogico che combina solide conoscenze sul piano dell’economia politica, della sociologia e del diritto. Ne scaturisce un originale ripensamento del ruolo della moneta in quanto espressione della prassi sociale denominata comune. Sul piano metodologico l’autore adotta con efficacia l’interpretazione operaista del materialismo storico fondata sul ruolo motore dell’antagonismo capitale/lavoro per identificare il senso e le poste in gioco della mutazione attuale del capitalismo cognitivo e finanziarizzato e le alternative che scaturiscono dalle sue contraddizioni interne, ivi compreso per quanto riguarda le forme di regolazione della moneta e le funzioni che essa deve svolgere in un determinato sistema economico e sociale.
Per parafrasare la scuola degli Annales e André Orléans direi, senza timore d’essere smentito dall’autore, che il suo punto di partenza è che ogni società ha la moneta della propria struttura. La forma moneta – anche quando obbedisce come nel capitalismo a degli invarianti strutturali – non è mai un’istituzione immutabile. Nello stesso corso della storia del capitalismo ha così fatto prova, nelle sue forme di regolazione, di una grande malleabilità, che le ha permesso di adattarsi alle crisi, ma anche di rispondere incessantemente ai conflitti e ai compromessi che il capitale ha dovuto intrecciare con il lavoro.
[Dalla Prefazione di Carlo Vercellone]