Jane Addams, Democrazia e etica sociale

Democrazia e etica sociale (1902) è con ogni probabilità il volume più celebre di Jane Addams, filosofa, riformatrice sociale, attivista politica, leader femminista e pacifista americana.

Nei sei capitoli che compongono il saggio Addams – con sguardo realistico, concreto, e allo stesso tempo mai cinico o disincantato – attraversa temi come: la denuncia dei rapporti oppressivi tra genitori e figlie; l’analisi senza sconti delle ambiguità e delle sofferenze legate al lavoro domestico e di cura; la spietata disamina del paternalismo del capo d’azienda; la lucida ricostruzione delle profonde ambiguità e contraddizioni delle attività caritatevoli; la critica dei modelli educativi sottomessi alle logiche del mercato; le provocatorie riflessioni sul rapporto tra corruzione e democrazia.

Pur essendo profondamente radicate nel contesto sociale e politico dell’epoca, le riflessioni e le analisi contenute in Democrazia e etica sociale hanno molto da dire sui problemi fondamentali degli uomini e alle donne di oggi: dal lavoro alle questioni sessuali e di genere, dai fenomeni migratori al difficile e necessario rapporto tra democrazia e progresso morale.

In ogni comunità troviamo molte persone che non provano alcun “rimorso sociale”, che non partecipano all’impegno per una moralità sociale più alta, che sono perfino incapaci di percepire questa impresa in modo simpatetico. Tra queste persone, alcune sono al sicuro dai fallimenti inevitabili e salutari che accompagnano l’impiego di nuove capacità: si accontentano di attenersi agli standard di virtù richiesti da un’opinione pubblica semplice. Altre hanno esaurito la loro energia morale nel tentativo di attenersi allo standard vigente di giustizia individuale e familiare.

Persone di questo tipo, che formano il grosso della società soddisfatta, esigono che il radicale, il riformatore, sia senza macchia e senza ombra nelle sue relazioni personali e familiari, e giudicano con grande severità qualsiasi deviazione dagli standard stabiliti. In questa attitudine, troviamo un fondo di giustizia: è un atteggiamento che esprime l’intrinseco conservatorismo della massa degli uomini, e che richiede che nessuna delle virtù stabilite, acquisite con tanta lentezza e fatica, venga sacrificata per il gusto di compiere un progresso problematico. In breve, è l’idea per cui l’individuo, nel suo tentativo di sviluppare e usare la nuova ed esaltata virtù, non cada nella facile tentazione di farsi scivolare dalle dita le virtù ordinarie.

Questo istinto a conservare i vecchi standard, unito a una diffidenza verso il nuovo, presenta una difficoltà costante per gli esperimenti e i progressi che dipendono dall’iniziativa delle donne, sia perché le donne sono più sensibili alle richieste individuali e familiari, sia perché la loro formazione punta a far sì che siano soddisfatte solo se rispondono a queste richieste.

Non c’è dubbio che, nello sforzo di mantenere l’energia morale necessaria a elaborare relazioni sociali più soddisfacenti, l’individuo spesso sacrifica l’energia che andrebbe legittimamente impiegata nella soddisfazione delle esigenze personali e familiari a quella che considera essere un’esigenza più alta.

Nel considerare i cambiamenti che la nostra crescente democrazia produce di continuo nelle diverse relazioni, è impossibile ignorare la relazione filiale. Questo capitolo si occupa della relazione tra i genitori e le loro figlie adulte, fornendo un quadro chiaro dell’insicurezza e del disadattamento provocati dai vari tentativi delle giovani donne di assicurarsi una parte più attiva nella vita della comunità. Vediamo di continuo genitori sconcertati e perplessi nei confronti delle figlie quando esse intraprendono un lavoro che si situa fuori dagli interessi tradizionali e familiari. Questi genitori insistono nel sostenere che la ragazza è vittima di un entusiasmo ingenuo, alla ricerca di una carriera di successo, che è irrequieta e non sa cosa vuole. Pur di non riconoscere la dignità e l’autenticità di questa motivazione, i genitori sono disposti a inventarsi qualsiasi spiegazione, o quasi. Forse tutto questo è dovuto al fatto che per centinaia di anni le donne non hanno avuto interessi così ampi, e nessuna partecipazione alle questioni situate al di fuori delle esigenze personali e familiari. In passato, ogni tentativo da parte della donna di subordinare le richieste familiari o di rinunciare a esse è stato inevitabilmente interpretato come un tentativo egoista di mettere la propria volontà contro quella della famiglia. Era assodato che la donna non potesse avere alcuna motivazione più grande del desiderio di servire la propria famiglia, e quindi il tentativo di separarsene appariva per forza come capriccioso e vizioso.

Recensioni/Lezioni
Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.