Che lo si ammetta o lo si neghi, ognuno avverte chiaramente che il futuro della vita terrestre è a repentaglio, e sembra sovraccaricarsi sistematicamente di conseguenze molto difficilmente reversibili – se non assolutamente irreversibili.
Questa crisi senza precedenti rivela che il destino umano – che è un destino ineluttabilmente tecnico e tecnologico – è farmacologico nel senso in cui, in greco, il phármakon è al contempo “rimedio” e “veleno”. Il phármakon è ciò che permette di prendersi cura e ciò di cui bisogna prendersi cura – nel senso che bisogna prestargli attenzione – poiché è una potenza che sana e al contempo distrugge. Divenuto tecnologia industriale, il phármakon è oggi egemonicamente controllato dall’economia, cioè dal marketing, e questo stato di cose, che ha instaurato un’economia dell’incuria, rende quella della cura una questione non solo etica ma politica.
Risulta difficile, se non impossibile, non considerare l’epoca in cui viviamo come un’epoca di crisi. A partire dal 2008, la categoria di crisi non ha fatto che ampliarsi e trasformarsi, assumendo ogni possibile connotazione: la crisi economica del 2008 si è trasformata in una crisi politica, entrambe ulteriormente aggravate da quelle pandemiche e militari. Infine, la crisi climatica ha posto l’essere umano di fronte alla possibilità sempre più concreta dell’autodistruzione.
È il concatenamento di queste crisi a condurre all’estremo pessimismo planetario con cui si apre Della farmacologia di Bernard Stiegler. Tuttavia, Stiegler rifiuta ancora una volta di posizionarsi dal lato sempre più comodo – e sempre più dominante – delle Cassandre contemporanee. Questo perché la questione della crisi non consiste nell’adattarsi a essa, accentandola come fatto necessario, bensì nell’adottarla: inventare nuovi concetti e pratiche che permettano di rilanciare la tossicità che ogni crisi porta con sé in nuove possibilità di cura, tanto per il collettivo quanto per il pensiero – in quanto una crisi è anche, e sempre, crisi del pensiero. Per tale motivo, Della farmacologia può essere letto come una prosecuzione – per quanto ciò non sia mai così semplice in Stiegler – di Prendersi cura, non a caso uscito nel 2008, a cui Stiegler fa qui continuo riferimento. Prendersi cura era già programmatico di un modo di pensare la crisi che mira a superare la «lamentatio intellettuale», ossia la sterile descrizione della nocività della nostra situazione attuale, che favorisce, implicitamente o meno, la logica del there is no alternative – che sempre giustifica ogni eccezione e ogni eccezionale nocività, schiacciando così ogni possibile stato di diritto su uno stato di fatto che, descritto come inevitabile, richiederebbe soltanto di adattarsi a esso. Contro l’appiattimento del possibile su uno stato di fatto nocivo, il filosofo francese ne ricerca la condizione, analizzandone e indicandone meticolosamente le cause e gli effetti per proporre una nuova terapeutica e quindi un nuovo stato di diritto. Questa sfida, così immensa nella nostra contemporaneità, comporta un coinvolgimento tanto delle questioni più strettamente teoriche quanto delle loro ricadute su quei disagi sociali, politici e individuali che, dall’infanzia alla vita adulta, richiedono di prendersi cura, in modo da far sì che la vita valga la pena di essere vissuta.
Tale sfida è la questione della nostra contemporaneità. Una genuina questione, come affermava già Heidegger, è quella che coinvolge colui che pone la questione, e lo coinvolge «qui e ora, per noi». Questo “qui ed ora” chiama in causa un “noi”, degli Esserci che si trovano ormai di fronte alla possibilità di un collettivo non-esserci-più. Tale è l’apocalisse che Stiegler ci vuole mostrare, senza però cedere alle lusinghe di una troppo facile resa: un’apocalisse «in cui le tecnologie industriali sono divenute armi di distruzione degli ecosistemi, delle strutture sociali e degli apparati psichici». Di fronte a ciò, si tratta di ritornare a pensare e quindi di prendersi cura, ovvero di trasformare un divenire sempre più nocivo e automatico in un autentico avvenire. Ma in che modo?
[Dall’Introduzione di Pietro Prunotto]