Se la psicoanalisi – con Freud e Lacan – propone una riflessione clinica sul soggetto nevrotico e la schizoanalisi – con Deleuze e Guattari – sul soggetto schizofrenico, ancora manca una border-analisi. Il bordo tra la sottomissione nevrotica e la follia. Sul crinale di queste due istanze, le Antigoni contemporanee fanno esplodere il legame sociale per combattere e affrontare il supplizio contro il destino delle donne nel patriarcato. Non sono rivoluzionarie, sono piuttosto il prototipo del dissenso femminino. La loro domanda indignata è: come mai l’uomo, che è consapevole della giustizia, non intende realizzarla. L’Antigone contemporanea fa un’affermazione cosmica: tra la legge naturale – la legge del cuore – e la legge positiva c’è un dissidio insanabile.
Questo libro descrive, attraverso Antigone, un fenomeno carsico che insiste a mantenere la grazia, la tenerezza, la cura del legame di fronte alla violenza patriarcale. Non si tratta di contrapporre due sessi – maschio e femmina – ma di uscire dalla sessualità binaria imposta da una tradizione occidentale millenaria indoeuropea: il mito caucasico.
L’Edipo psicoanalitico consiste nel conflitto tra il desiderio del figlio maschio per la madre e l’interdetto paterno a desiderarla. Uno schema triangolare mamma-papà-figlio che, nel tempo, è diventato lo stereotipo paradigmatico di una vulgata buona per tutte le stagioni. Messo in discussione dagli sviluppi successivi dell’approccio psicodinamico – si pensi per esempio alle alternative proposte per la figlia, come lo junghiano complesso di Elettra – e definitivamente stroncato dall’Antiedipo della coppia Deleuze e Guattari, l’Edipo ha perso la sua potenza metaforica, per diventare un cliché. Antigone al contrario resiste a ogni interpretazione univoca e mantiene il fascino primigenio, lo stesso che aveva presso il suo autore: Sofocle, che l’ha ritratta in due opere, con ruoli diversi.
Sofocle era contro Antigone? Era a favore di Antigone? Certo, se l’ha inventata, era affascinato da questa giovane donna, non c’è dubbio che ne fosse attratto. Sofocle era un sostenitore di Pericle, questo porta alcuni a pensare che fosse contro Antigone, allora perché inventarla? Perché ritrarla poi in compagnia e a sostegno di Edipo a Colono? Antigone sarà stata una terrorista, una criminale, ma non era priva di abnegazione e tenerezza verso il padre/fratello Edipo e verso l’altro fratello, Polinice. O forse è proprio questa abnegazione verso il padre e verso i fratelli a renderla indifferente rispetto al suo futuro sposo Emone, che – al contrario – muore per lei.
Già nel nome, Antigone rappresenta uno sconvolgimento delle strutture elementari della parentela. Sembra essere innamorata di Polinice al punto di morire per lui, con lui, e non avere alcun interesse per il proprio futuro sposo Emone. Insomma Antigone mischia, fonde, confonde il legame di alleanza con il legame di parentela, è incestuosa. Per questo è importante definire, ad Atene, la differenza tra la πόλις (polis) e la φιλία (philia), è importante distinguerle: per il νόμος (nomos), una giustizia sine ira et studio. Però che fascino ha questa giovane borderline! Antigone, per il suo creatore, sembra il paradigma dell’incipit dell’Erotismo di Georges Bataille: “L’erotismo è l’approvazione della vita fino alla morte”.
Antigone ha suscitato il massimo interesse presso i romantici, basti pensare alla traduzione di Friedrich Hölderlin, che fece scandalo e gli valse l’accusa di non saperla tradurre. Bertold Brecht invece volle mettere in scena proprio la traduzione di Hölderlin. L’elenco di George Steiner è lungo e, tra le altre versioni di Antigone, Steiner menziona il film I cannibali di Liliana Cavani, un parallelo tra la Tebe del mito e della tragedia attica e una Tebe contemporanea, Milano, che segnò – negli anni Sessanta – l’affermazione delle imprese dell’industria meccanica italiana e della sua classe operaia. Milano, in cui – fino al 1969 – l’entusiasmo per la produzione industriale celava appena l’osceno di una macchina razzista. La Milano del 1969 – in cui esce nelle sale I cannibali – ricorda l’incipit dell’Edipo re: le tute blu in processione nelle piazze, come i sacerdoti bendati davanti alla reggia nell’opera di Sofocle.
Antigone, anche di questi tempi, continua a essere al centro dell’interesse archeologico, filologico, politico, giuridico, filosofico, antropologico, letterario e psicologico di ognuno; costringe la ricerca trans-disciplinare e transculturale a impegnarsi in maniera intensa intorno ai temi da lei sollevati duemilacinquecento anni fa.
Antigone ha avuto ammiratrici, tra le intellettuali – penso a Maria Zambrano, Judith Butler, Adriana Cavarero, Julia Kristeva – e commentatori neutrali, se non proprio detrattori, tra i maschi. Tra a i critici, oltre a Cantarella, spiccano Manuel Huizinga, che la considera una guastafeste, e Hegel. Ma Hegel non critica la figura di Antigone, né quella del suo oppositore, Creonte. Hegel descrive piuttosto – nella Fenomenologia dello spirito, che riprenderemo – la “bella eticità” del mondo greco, eticità tragica, destinata a essere superata. Antigone, secondo Hegel, è il paradigma di una fase della coscienza etica comunitaria in cui l’individuo aderisce spontaneamente, come in una condizione naturale, alla legge della πόλις (polis) che lui stesso ha consentito. Si crea un’armonia quasi naturale che, proprio attraverso l’episodio di Antigone, è destinata a frantumarsi. La tragedia è espressione di questo contrasto. Antigone ne è la massima espressione: la frantumazione della “bella eticità”.