François Jullien, Riaprire dei possibili. De-coincidenza, un’arte di operare

Il libro di François Jullien si potrebbe definire, a prima vista, un “Manifesto” politico. A leggerlo, però, ci si rende conto che non contiene tesi politiche, il che è indicativo del suo vero intento: più che presentare una dottrina o una teoria, questo libro presenta un modo di fare, di operare. Anzi, come recita il suo sottotitolo, un’“arte di operare”, quella della de-coincidenza. Parlare di un’arte, d’altronde, sottolinea il carattere non metodico di questo operare, perché non riguarda la definizione di un programma che, in partenza, stabilisca che cosa si debba fare: l’arte rappresenta in modo emblematico un fare il cui scopo è aprire nuove possibilità, nuovi modi di pensare, di dire.

Questo libro è un invito a trasformarci, a non coincidere più con noi stessi, a “scollarci” dalle nostre abitudini, dalle nostre idee stereotipate, dalle nostre convinzioni e dalle nostre presunte verità.

Il libro che qui si presenta in traduzione italiana, Riaprire dei possibili, di François Jullien, filosofo e sinologo francese noto soprattutto per i suoi studi sulle relazioni tra la cultura occidentale e quella cinese, è un libro che, a prima vista, si potrebbe definire “programmatico”, una specie di “Manifesto” politico. A leggerlo, però, ci si rende conto che non contiene tesi politiche, il che è indicativo del suo vero intento: più che presentare una dottrina o una teoria, questo libro è “politico” in un senso più radicale, perché presenta un modo di fare, di operare. Anzi, come recita il suo sottotitolo, un’“arte di operare”, quella della de-coincidenza. Parlare qui di un’arte, d’altronde, sottolinea il carattere non metodico, non programmatico, come si diceva, di questo operare, perché non riguarda la definizione di un programma che, in partenza, stabilisca che cosa si debba fare: l’arte rappresenta in modo emblematico un fare il cui scopo è mettere in discussione quanto è stato già fatto, già pensato, già detto, allo scopo di aprire nuove possibilità, nuovi modi di fare, di pensare, di dire. Per dirla nei termini qui proposti da Jullien, l’arte è, per definizione, il luogo di una de-coincidenza sistematicamente intrapresa e messa in opera.

Il termine “de-coincidenza” è un neologismo introdotto da Jullien nel 2017, ma già implicitamente presente in altra forma – quasi come un sotterraneo motivo conduttore – nella sua produzione precedente, e poi oggetto di altri due libri, Politiques de la dé-coïncidence, del 2020 e quello qui presentato, recentissimo, Rouvrir des possible: Dé-coïncidence, un art d’opérer, del 2023. Questo neologismo condensa in sé una serie di temi che innervano le riflessioni di Jullien, tirando le fila del suo lavoro precedente e, direi, della sua esperienza come frequentatore di culture altre rispetto alla nostra. In effetti, la parola “de-coincidenza” nasce per dire anche questa esperienza e, in un certo senso, per significare il senso stesso di ogni esperienza. Nella misura in cui ci porta a incontrare mondi nuovi e a trasformarci in questo incontro, l’esperienza ci porta infatti a non coincidere più con noi stessi, a “scollarci” dalle nostre abitudini, dalle nostre idee stereotipate, dalle nostre convinzioni e dalle nostre presunte verità.

[dalla Prefazione di Gaetano Chiurazzi]

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