Daniele Dottorini è professore associato di cinema presso l’Università della Calabria e visiting professor presso l’Universidad Nacional de La Plata (Argentina). Film programmer per il Festival dei Popoli di Firenze, è redattore di «Fata Morgana» e collaboratore dell’Enciclopedia Italiana Treccani. Si occupa del rapporto tra cinema e filosofia e di teoria del documentario. Tra i suoi libri: Per un cinema del reale (Udine 2013), monografie su Lynch, Renoir, Cameron e Herzog, La passione del reale (Milano 2018), Cinema and Anachronism (New York 2025) e Lessico del reale (Roma 2026).
Nel 1989, Chris Marker, uno degli autori chiave del cinema documentario e sperimentale del Novecento, realizza un progetto documentario in 13 puntate, dal titolo L’héritage de la chouette. La serie è un percorso sulle origini greche della cultura europea e occidentale, in cui Marker incontra scienziati, letterati, storici, filosofi e discute con loro delle parole chiave della cultura greca, creando volta per volta immagini, montaggi, associazioni che entrano in rapporto con le parole degli esperti. In uno degli episodi il regista ritorna sulla famosa allegoria platonica della caverna, costruendo una sequenza molto particolare. Mentre scorrono le immagini di varie persone sedute all’interno di una sala cinematografica, e intente a vedere un film, ascoltiamo le voci di un uomo e una donna che recitano in voice over il dialogo di Platone. Dopo la descrizione della caverna e delle sue illusioni, l’immagine cambia e sullo schermo appaiono le immagini dei corpi avvinti in un abbraccio dei due amanti di Hiroshima, mon amour (1959) di Alain Resnais. La voce allora inizia a raccontare qualcos’altro. Nel 1940, ricorda Marker, Simone Weil scrisse che “le nostre sale cinematografiche non sono come quella caverna”. Ma non si trattava di un complimento, aggiunge Marker: come avrebbe potuto Simone Weil accettare che quella forma d’arte inferiore potesse avere lo stesso potere della caverna, e soprattutto potesse trovare al proprio interno la forza per rovesciarne il senso, disarmare la Gorgone e pretendersi parte della grande storia della creazione umana, creando addirittura il suo proprio mito? No, era inammissibile per Weil anche solo pensarlo. Ma è proprio da questa considerazione che prende le mosse Marker. Il cinema non è la caverna perché esso non può corrispondere alla totalità dell’esperienza umana; non è la caverna perché esso non si presenta come Vero, come Reale, ma si presenta immediatamente come sguardo, come creazione di immagine; non immagine che inganna, ma immagine in tutta la sua potenza, sia essa di pensiero come di fantasia. Quello che Marker sta dunque facendo con i mezzi del cinema è un’operazione di ri-scrittura, del testo platonico, come della sua potenza filosofica. Ma in che senso parliamo qui di scrittura cinematografica? Dell’allegoria della Caverna come immagine/discorso sul rapporto finzione/realtà? dobbiamo fare alcuni passi indietro prima di riprendere questo esempio.