Il tema delle cure palliative ha acquisito sempre maggiore centralità e urgenza, non solo in ambito sociosanitario, ma anche filosofico e bioetico: la necessità di un modello di palliazione simultanea (e non più solo terminale), come pure la riattualizzazione della nozione di “dolore totale”, hanno riportato l’attenzione sul significato della molteplicità di sintomi secondari di una patologia. Fra essi, oltre al dolore fisico, c’è il dramma del dolore esistenziale, che può intaccare le emozioni, le relazioni, i pensieri.

A partire da ciò, il volume mostra l’esigenza di un ripensamento profondo della filosofia della palliazione, che possa intercettare realmente il fenomeno della sofferenza umana, e grazie a ciò elaborare proposte applicative adeguate. La scuola delle virtù si rivela, in questo senso, un’opportunità interessante per elaborare “dal di dentro” il dolore, accogliendo la sfida insita nella domanda: “può la vita sofferente essere buona?”, ovvero, “può diventare anch’essa luogo di fioritura dell’umano?”. Attraverso il confronto serrato fra i modelli di virtù applicati alla palliazione, e sottolineando in particolare il ruolo della Virtue Ethics, l’autrice giunge a ipotizzare dei cluster di “virtù del paziente” che affianchino le più note virtù del buon medico. Addita così ad una possibilità di sviluppo morale del malato che un programma di cure palliative, purché precoci e simultanee, può favorire.

La skillfulness del paziente

Secondo la teoria della virtù come abilità (virtue-as-a-skill) essere virtuosi significa diventare esperti nel fare il bene, in modo analogo a quanto avviene con l’acquisizione di altre competenze.

La nozione di virtue-as-a-skill, ampiamente sviluppata nell’ultimo decennio dai lavori di Matthew Stichter, si basa sull’idea aristotelica che vi sia una forte analogia fra l’esperto e il virtuoso. Entrambi, infatti, si esercitano a lungo, hanno successo nel loro campo, puntano intenzionalmente ad obiettivi progressivamente più impegnativi, acquisiscono disinvoltura nel loro dominio di competenza. Se Aristotele parla di analogia con l’esperto, alcuni virtueticisti, fra cui Julia Annas e Stichter, ritengono che la virtù sia proprio un’abilità di tipo morale, e non sia solo “come” un’abilità. A differenza di Annas, però, Stichter ritiene che tale caratterizzazione non possa essere intesa in senso intellettualistico. Per Annas, infatti, la virtù si sviluppa in modo simile ad altri tipi di competenze e abilità, ma – per fare ciò – il soggetto morale deve essere in grado di spiegare ciò che fa e perché. Stichter contesta questo punto, osservando come l’esperto in un campo, spesso, non sappia dare ragione del perché una certa azione sia quella giusta, o quella migliore. Sa agire correttamente, ma spesso non sa spiegarlo. Il suo livello di interiorizzazione della pratica è tale da renderlo affidabile, nel suo settore di expertise, senza un passaggio esplicativo.

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