Roberto De Gaetano, Critica del visuale

Lo sviluppo di un pensiero critico è la condizione per contrastare il pericolo del consenso generalizzato e totalizzante. Il rischio maggiore nelle democrazie attuali. La critica è la pratica che articola il campo della discussione pubblica in posizioni distinte, evitando uniformità e conformismi. L’eclissi oggi del pensiero critico è stata anticipata dalla crisi della critica in ambito artistico e cinematografico. Il presente volume, attraversando i momenti più alti della riflessione novecentesca sulla critica, sia in prospettiva filosofica (Walter Benjamin) che letteraria (Northrop Frye), giunge a pensare, attraverso due grandi critici cinematografici come André Bazin e Serge Daney, da un lato il rilievo e dall’altro l’attuale crisi della critica cinematografica, ritrovandone una delle ragioni maggiori nell’uso imperante e totalizzante di una nozione-mondo come quella di “visuale”. Che uniforma singolarità, empiricità, esteticità delle opere, trasformandole in meri indicatori di dinamiche sociali e culturali. L’eclissi della critica nel dominio del visuale non è un destino, ma è lo stato in cui è approdata una certa prospettiva ideologico-teorica. Il presente volume indica i segni e gli atti per una possibile inversione di tendenza, e per ricollocare il pensiero e la pratica della critica al centro della riflessione teorica, della discussione pubblica e dell’operato culturale.

Scrivere non può mai significare esprimere quel misto confuso di sentimenti, passioni, idee, luoghi comuni che affollano la nostra interiorità. Per questo basta la chiacchiera quotidiana, configurazione, necessaria e intollerabile, di cliché collanti posticci e inossidabili della nostra vita.

La scrittura, estetica, teorica, critica, deve sempre disfare i cliché cristallizzati nella chiacchiera e ancorati alla funzione dell’Io per accedere a “piani impersonali” (visioni, concetti, affetti, intuizioni). La grande scrittura è istituzione di un processo di divenire impersonale.

E questo anche quando nella scrittura sembra esporsi, in prima persona, l’io dell’autore: nella scrittura diaristica, per esempio; o nel caso in cui il “sentire” e l’esperienza dell’io sembrano costituire il fondamento per la costruzione di una teoria vera e propria (come in Roland Barthes).

L’io legittima il suo accedere ad espressione solo se è a sua volta un io “giàespresso”. L’esposizione dell’io nella scrittura rivela la sua accettabilità solo se l’io è già dall’inizio un io scritto, un campo di attraversamento di scritture, eventi, esperienze.

Il carattere singolare, irripetibile, a-metodologico e quindi inimitabile della scrittura di Roland Barthes risiede proprio nell’esporre una soggettività come “tracciato di scritture”. L’io diventa una maschera esplicita di forze impersonali (scritture, testi, conoscenze, sensazioni, sentimenti) che l’attraversano.

È la forza di chi non si appartiene. È la scrittura come forma della non-appartenenza. Ogni grande autore (regista, teorico, critico) porta sempre il marchio di questa non-appartenenza. Ed è la forza e il marchio della scrittura di Serge Daney, di tutti i suoi scritti, da quelli critici ai diari.

La forma della non-appartenenza si configura primariamente come passione cinefila. La cinefilia è, in primo luogo, una forma radicale e seducente di non-appartenenza, di abbandono a un territorio composto di immagini, visioni, luoghi, corpi.

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