Gotthard Günther, La coscienza delle macchine. Una metafisica della cibernetica

La logica aristotelica presuppone necessariamente che in ogni atto concreto del pensiero e in ogni situazione teorica possibile in qualsiasi momento si possa distinguere chiaramente tra il pensare come processo soggettivo e il pensato come suo mero contenuto. Questa inversione primordiale di interiorità ed esteriorità, di spiritualità e materialità, rappresenta lo schema metafisico della nostra logica classica, che è quindi essenzialmente bivalente. Ai suoi due valori, che nel linguaggio riflessivo vengono indicati come “positivo” e “negativo” e nella terminologia non riflessiva come “vero” e “falso”, corrisponde una struttura razionale di esperienza e coscienza, in cui un Io in assoluto si trova improvvisamente contrapposto a un qualcosa in assoluto. Essere e pensare in questo schema rappresentano dimensioni di realtà proto-metafisiche rigorosamente distinte, per quanto, seguendo il modello di Hegel, possiamo equiparare il valore positivo con l’essere, la realtà o l’oggettività, e il valore negativo invece con la riflessione, la soggettività e la non oggettività. Ma questo schema bivalente, su cui si basano tutta la nostra tradizione, la struttura della nostra cultura, la classificazione delle nostre scienze e la piena entità della tecnica occidentale, sta per crollare.

La coscienza delle macchine. Una metafisica della cibernetica è la prima edizione italiana del saggio del filosofo e cibernetico tedesco naturalizzato statunitense Gotthard Günther (1900-1984). Autore pressoché sconosciuto in Italia, nasce nel 1900 ad Arnsdorf, nella regione della Slesia oggi territorio polacco, studia filosofia a Heidelberg e Berlino sotto la guida di Eduard Spranger e Nicolai Hartmann in particolare concentrandosi su Kant e l’idealismo tedesco ma interessandosi anche alla filosofia indiana e cinese. Si addottora con una tesi sulla logica hegeliana dal titolo Grundzüge einer neuen Theorie des Denkens in Hegels Logik pubblicata nel 1933. In questo primo lavoro Günther individua nella filosofia di Hegel un punto di soglia del pensiero filosofico occidentale, rappresentato dalla scoperta del limite strutturale della logica classica bivalente di matrice aristotelica. L’incompletezza strutturale del pensiero bivalente preidealista consiste, sostiene Günther, nell’impossibilità di uscire da un’impostazione che parte dall’assunto di un pensiero (il soggetto) che si confronta con un mondo (l’oggetto). Muovendo da questo presupposto, la filosofia non può fare altro che pensare l’essere in modo univoco, nella forma di oggetti che sono o non-sono, assumendo tutto il resto sotto la categoria generale dell’essere inteso come substrato di fondo che tutto trasporta e tutto pervade. Questo significa che se i valori logici a disposizione per designare l’essere sono soltanto due allora il primo valore dovrà essere riservato all’indicazione di ciò che è mentre il secondo avrà la funzione di definire il distacco tra il pensiero e il suo oggetto, con l’effetto di far scivolare ciò che compie il riferimento sul lato del non-essere. La filosofia di Hegel, ma in certa misura anche quella di Fichte e di Schelling, introduce invece un ambito di oggetti completamente nuovo corrispondente all’insieme dei fenomeni che hanno a che fare con la riflessione, come l’interiorità, la soggettività e l’autocoscienza. Trattando questo genere di oggetti nella loro specificità, si scopre che la distinzione essere/non-essere alla base del pensiero bivalente non esaurisce l’intero spettro della realtà razionalmente comprensibile, ed Hegel avrebbe intuito tutto ciò proprio riconoscendo il complesso rapporto di scambio tra Essere e Nulla che dà avvio al processo dialettico, negando la superiorità del primo sul secondo. A ciò consegue che la loro opposizione deve venire interpretata come un processo di genesi reciproca che però, a questo punto, non può più essere riflesso dal pensiero a meno che non si introduca almeno un terzo valore logico che consenta di indicare la differenza essere/non-essere in quanto tale distinguendola da altro. Da qui la conclusione secondo cui la dialettica non può essere formalizzata e la convinzione di Günther che dietro a questa impossibilità si debba nascondere un campo di indagine ancora inesplorato.

[Dall’Introduzione di Alberto Giustiniano]

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