Emilia Marra, Corpi dispensabili. La frontiera sperimentale e la sperimentazione alla frontiera

Corpi dispensabili è una indagine filosofica sulle caratteristiche storiche e politiche di quelle figure liminali che il diritto esclude affinché scienza, medicina e tecnologia possano farne il proprio avamposto sperimentale. La traiettoria genealogica proposta mostra come la produzione del sapere si fondi sulla gerarchizzazione dei corpi e sulla normalizzazione di vite sacrificabili, il cui archetipo epistemologico è il moribondo. Oggi il corpo del migrante eredita questa funzione – storicamente svolta da condannati a morte, folli, orfani, indigenti, vagabondi: colui che attraversa fisicamente una frontiera sempre più tecnologica si trova al contempo alla frontiera della pratica sperimentale, per la quale rappresenta il primo terreno di prova per l’addestramento di dispositivi algoritmici e per l’ottimizzazione di tecnologie predittive. Le normative europee più recenti – dall’AI Act al Patto su migrazione e asilo – non arginano questa deriva, ma al contrario contribuiscono alla determinazione di una dimensione extra legem in cui la vulnerabilità si trasforma in risorsa economica e la frontiera in laboratorio opaco di implementazione delle nuove tecnologie.

Il volume Corpi dispensabili. La frontiera della sperimentazione e la sperimentazione alla frontiera di Emilia Marra rappresenta una densa e articolata indagine filosofico-teoretica e biopolitica sul modo in cui il corpo umano, in determinate condizioni sociali, giuridiche e storiche, viene reso “sacrificabile”, divenendo oggetto di sperimentazione scientifica, economica e tecnologica. L’indagine si muove attraverso la categoria di corpo, passando per la storia della medicina fino a giungere alla “frontiera” mobile tracciata dalla tecnologia. Ma perché il corpo? Proprio perché la corporeità è l’ineludibile dimensione dell’umano, che non può essere sottratta al discorso etico e costringe ogni indagine teorica al confronto con la vita e con la sua irriducibilità. Perché per il corpo passa non solo la sofferenza degli individui, ma anche la loro dimensione di senso, come il testo qui presente dimostra con puntualità ed efficacia argomentativa.

L’autrice costruisce il proprio percorso teorico a partire da un’attenta genealogia foucaultiana del concetto di “corpo vile” e ne segue le metamorfosi – passando attraverso le figure del vagabondo, del sequestro, del corpo internato, del corpo produttivo – fino all’attualità, dove tale figura si incarna nel migrante, soggetto paradigmatico della vulnerabilità contemporanea, in cui la frontiera geopolitica viene, per così dire, tatuata. Il corpo diviene così frontiera mobile, luogo di una color-line tecnologica determinata dal dating e dalla profilazione algoritmica. Come scrive puntualmente l’autrice, «La specificità dei techno borders sta allora nella loro capacità di trasformare la frontiera geografica in frontiera mobile».

[dalla Prefazione di Fabio Ciracì]

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