L’indicazione che Michel Foucault trasse dal Sessantotto è che, per porre produttivamente la questione del potere, occorre innanzitutto “tagliare la testa al re”: in altre parole, sottoporre a critica la tradizione politica che legge il potere dentro la grammatica della riduzione all’unità, della sovranità e dello stato. Il potere va interrogato nella sua autonomia, nelle sue articolazioni molteplici, contro la riduzione moderna a comando/rappresentanza/stato. Il contropotere è sempre potere al di fuori di questa coazione all’unità: contropotere è, in prima battuta, potere diviso. Ce ne sono le tracce nella tradizione del costituzionalismo, che contro la riduzione all’unità “sovrana”, prova appunto a giocare l’idea di una divisione dei poteri. Vince però, nella tradizione costituzionalista, la riconduzione dei poteri ad un’ipotesi di equilibrio: ma è proprio questa capacità di equilibrio e di mediazione che i processi contemporanei di “decostituzionalizzazione” hanno oggi radicalmente messo in discussione.
Nella tradizione marxista e rivoluzionaria, la figura del contropotere assume la figura, ben più decisa, del dualismo di potere: il contropotere rompe l’unità politica, e si costituisce come figura della transizione. Il dualismo di potere può oggi dire molto nella crisi dell’unità della forma Stato: a patto però che si sappia misurare la discontinuità che le sfide contemporanee pongono anche alla lettura rivoluzionaria del contropotere.
La sfida del contropotere oggi si radicalizza, ma allo stesso tempo si complica. Contropotere non allude più solo al potere diviso, ma al potere altro: all’asimmetria radicale, individuata da tempo dall’irruzione della differenza inattesa femminista, tra gestione del potere e generatività della potenza. Alla riappropriazione/trasformazione delle funzioni di potere da parte delle e dei subalterni, delle soggettività che hanno rotto con l’alfabeto del soggetto politico tradizionale.
La collana Contropoteri nomina così il problema della costruzione del potere (ben più che della sua “conquista”) finalmente non più come riproposizione del Politico sull’eterogeneità dei soggetti, ma come sua traduzione all’interno della composizione moltitudinaria, nel cuore della produzione di soggettività contemporanea. Allo stesso tempo, inscrive il problema dell’organizzazione nella sperimentazione di un processo, aperto, dinamico, mai lineare, intersezionale, del divenire-classe della moltitudine. Del divenire “comune” delle singolarità. Nella sperimentazione di forme nuove di istituzioni della cooperazione sociale.

