Georges Canguilhem, La conoscenza della vita

La raccolta di saggi La conoscenza della vita è apparsa in Francia nel 1952 e costituisce una delle testimonianze più significative – assieme al celebre saggio Il normale e il patologico (1943) – della riflessione del “primo” Canguilhem sul rapporto sempre attuale tra le norme e la vita. In questi testi, che incrociano le questioni del metodo, della storia, ma soprattutto i temi di una filosofia delle scienze della vita che ne interroga in profondità lo statuto teorico, Canguilhem introduce alcune fondamentali categorie di filosofia biologica che aveva iniziato a elaborare fin dai primi anni Quaranta. Così propone una nuova originale problematizzazione della vita e del «vitalismo», un pensiero della tecnica in continuità con il vivente umano o animale, oltre alla fondamentale categoria di «ambiente» posta in relazione con un essere vivente polarizzato e dinamico, che preferisce e che sceglie… Sono solo alcune delle tematiche che fanno della riflessione ecosofico-epistemologica di Canguilhem un imprescindibile punto di riferimento per comprendere tutta la complessità dei rapporti tra vita e conoscenza.

È d’uso dopo Bergson considerare l’Introduzione allo studio della medicina sperimentale (1865) come l’equivalente, nell’ambito delle scienze della vita, di quello che è il Discorso sul metodo (1637) nelle scienze astratte della materia. Ed è anche una pratica scolastica molto diffusa utilizzare l’Introduzione così come si utilizza il Discorso, solo per farne la parafrasi, il riassunto o il commento verbale, senza darsi la pena di reinserire entrambi nella storia della biologia o della matematica, e senza cercare di far corrispondere il linguaggio dello scienziato onesto, che si rivolge ad altre persone oneste, con la pratica effettiva dello scienziato specializzato nella ricerca delle costanti di una funzione fisiologica, o nella messa in equazione di un problema di luogo geometrico. A tali condizioni, l’Introduzione sembrerebbe semplicemente codificare, così come il Discorso secondo Bachelard, «la buona educazione dello spirito scientifico… le abitudini evidenti del gentiluomo». Lo stesso sottolineava anche Bergson: «Quando Claude Bernard descrive il suo metodo, quando ne offre gli esempi, quando ricorda le applicazioni che ne ha fatto, tutto ciò che espone sembra così semplice e naturale, che appena vi sarebbe bisogno, così sembra, di spiegarlo: crediamo infatti di averlo sempre saputo». A dire il vero la pratica scolastica vuole anche che l’Introduzione sia quasi sempre ridotta alla prima parte, cioè a un insieme di generalità, se non di banalità, che hanno corso in quei salotti del mondo scientifico che sono i laboratori, e che concernono le scienze fisico-chimiche e biologiche, mentre di fatto solo la seconda e la terza parte contengono il codice [charte] della sperimentazione in biologia. Infine, e soprattutto, in mancanza di una scelta esplicita, invece di sottolineare il significato e la vera portata del discorso metodologico di Claude Bernard, degli esempi di sperimentazione propriamente euristica, di operazioni perfettamente contemporanee al solo sapere autentico, che è rettifica dell’errore, utilizzando solo gli esempi di sperimentazione che hanno valore didattico compresi nei manuali di insegnamento si finisce involontariamente per alterare – ma profondamente – il senso e il valore di quell’impresa colma di rischi e pericoli che è la sperimentazione in biologia.

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