Congedo. Concepire l’infinito

Data a Te in Matrimonio
Oh tu Celeste Ospite –
Sposa del Padre e del Figlio
Sposa dello Spirito Santo.
Altri Fidanzamenti si dissolvono –
I Matrimoni della Volontà decadono –
Soltanto Chi detiene questo Anello
Conquista la Mortalità
(Emily Dickinson, poesia 817, trad. it. di B. Tarozzi)

 

Che cosa mi sono messa in testa di fare o di trovare quando, nel 1985, ho cominciato a leggere e commentare, per iscritto o a voce, con chiunque avesse voglia di parlarne, specialmente donne, i testi e le storie di una scrittura femminile che chiamano mistica? Perché una come me ha voluto imparare e insegnare l’alfabeto delle sante, come dice Giovanni Pozzi, essendo io, oltre che analfabeta, poco attrezzata per questo tipo di ricerche?

Non so ancora tutta la risposta ma il suo inizio sì ed è l’impreparazione: ho cercato, sto cercando qualcosa che non si può imparare né insegnare essendo persone preparate. A tutti, forse, capita ogni tanto, in sogno, di trovarci a dover fare cose al di fuori di quello che già sappiamo, e ci prende un senso di sgomento che si tramuta talvolta nell’euforia di scoprire che è facile. Avvicinamento della morte? Ritorno dell’infanzia? Sì, se questi estremi sono di aiuto a capire. Ma si tratta, più veramente, di un sole meridiano della vita, a metà e in alto, sebbene il sentimento soggettivo possa essere tutt’altro che solare.

Per esempio, poche notti fa, quando già pensavo a questo testo da scrivere, ho sognato che ero rimasta senza lavoro – è l’incubo dei tempi postmoderni – e che le mie amiche mi avevano trovato un posto di ginecologa, bastava che facessi un corso preparatorio che nel sogno pareva di poche settimane («con la tua cultura»); io avevo accettato, quando mi resi conto che non potevo, non volevo, e mi misi a piangere davanti a loro dicendo: non voglio, non posso. Come sono diretti e brevi i sogni al confronto dei contorti discorsi che ci facciamo da svegli! Il femminismo che ti ha tenuta occupata con le donne è finito e ora sei soltanto quella che sei, mi dice il sogno, scoprendo tutta la mia impreparazione.

Ci sono due impreparazioni femminili (gli uomini, non so), una che si può colmare e una che non si può colmare. Il femminismo mi ha portata dalla prima alla seconda, di più non poteva fare.

Racconterò un’altra storia d’impreparazione femminile, molto famosa, presentissima alle scrittrici di cui parla questo libro e molto rappresentata dagli artisti con il titolo di Annunciazione – che non è esatto, come poi dirò, ma ci inchiniamo alla tradizione millenaria. L’Annunciazione che preferisco è quella di Antonello da Messina in un dipinto a olio custodito nel museo di palazzo Abatellis a Palermo. Dice questa storia che una donna di nome Maria, abitante a Nazaret (Palestina), ricevette un giorno la visita di un angelo di nome Gabriele, che le portava un messaggio divino. Nel dipinto di Antonello l’angelo non si vede ma c’è, la donna lo sente che sta aprendo pian piano una porta, da qualche parte che è dentro o fuori di lei, non lo sa e si protegge tutta incrociando le braccia sul seno, già pronta però a riaprirle, come le pagine del libro che stava leggendo.

Che messaggio era? Secondo il racconto degli evangelisti, l’angelo Gabriele avrebbe annunciato a Maria che era stata prescelta per essere la madre del messia atteso dal popolo ebraico. Un messaggio molto complicato; quello vero era un altro, più segreto ma più semplice. In ogni caso, non si trattò di un comando come quelli che arrivano agli uomini della Bibbia: svegliati, alzati, parla, prendi, porta, parti ecc. Né, a rigore, di un annuncio, poiché gli annunci si fanno a cose fatte o, quanto meno, decise, mentre questa era una richiesta di collaborazione. Il creatore chiedeva, in sostanza, alla creatura di nome Maria, di essere aiutato a venire a questo mondo senza farlo scoppiare d’impossibilità a sostenere una simile venuta. E se lei avesse detto di no, probabilmente la cosa si fermava lì.

Questo è un pensiero che sbalordisce e, da qualunque punto di vista lo si guardi, teologico, filosofico, etico o scientifico, non si riesce a fissarlo. A che cosa fissarlo, come fissarlo, quando quello che sembrava l’ordine fisso della creazione viene derogato dal suo autore? Evenienza impensabile alla quale però la mente, di nascosto, ritorna spesso, con le favole e ogni specie d’arte. Anche le scienze sentono il richiamo segreto di quella volta in cui tutto è stato sospeso, ma proprio tutto, anche due più due fa quattro, per far sì che una giovane donna potesse rispondere liberamente alla richiesta di concepire l’infinito e metterlo al mondo. È dal fascino di quello sbrego inaudito nell’ordine delle cose che, secondo me, sono venute, per quello che valgono in fatto di libertà, la rivoluzione copernicana, l’invenzione delle geometrie non euclidee, la fisica quantistica, e anche le rivoluzioni sociali.

Nel racconto dell’evangelista Luca si legge che Maria, prima di dire sì, fece una domanda ed ebbe una risposta. Erano la domanda e la risposta dell’impreparazione, perché infatti l’impreparazione è anche risposta, l’unica possibile quando è chiesto di far essere l’essere e di dar vita alla vita. Avere studiato non aiuta (lei non era impreparata in questo senso) né aiuta l’essere buoni e bravi, come molti credono, ma solo non essere all’altezza e saperlo e starci lo stesso (cioè, amare).

L’impreparazione di chi ama fa nella siepe il buco da cui passa l’infinito, come una volpe. Il poeta Leopardi sapeva che c’è una siepe tra noi e l’infinito. La volpe passa dai buchi che il contadino non vede; li vide Leopardi? Un mio conoscente che è andato a vivere in collina, non li vide e in una notte ha perso tutte le sue galline. In questi casi uno, di solito, decide di migliorare il recinto e di metterci qualcuno a fare la guardia, come ha dovuto fare Pinocchio. E come fanno i legislatori, gli scienziati, i rappresentanti di Dio e quelli del popolo, e ai nostri giorni i filosofi della «fine della storia», troppo contenti di chiudere così a buon conto il recinto.

Ma esiste un’altra scelta, quella delle persone (impreparate?) che «lasciano correre». Non è mica facile. Una studiosa di filosofia medievale, Michela Pereira, interrogata su ciò che la muove a studiare di preferenza gli alchimisti e le beghine, ha risposto che è la «possibilità di cominciare a immaginare metafisiche in cui si possa bucare verticalmente il piano della storia per accedere al piano dell’essere».

In queste «metafisiche» bucate, l’essere non è una sostanza, non è un pieno di sé né il culmine di una gerarchia né l’assolutamente altro, ma un passaggio, un movimento, una relazione, un amore. Dicono che l’ago da cucire sia stato inventato da una donna e subito mi viene in mente un’altra immagine: l’impreparazione che fa avvenire l’essere è la cruna dell’ago da cui passa il filo di vita che ci lega liberamente agli altri, la sola vita che valga la pena del nascere e del morire.

È per questo che l’angelo è finito in casa di una donna? Noi donne, infatti, siamo creature più bucate degli uomini, la cruna ci trapassa il corpo, la mente, il cuore. Speriamo che non vinca l’imitazione femminile degli uomini, i quali troppo spesso si riempiono di sé e restano senza cruna. E, regolarmente, si mettono a disprezzare il nostro sesso.

Ma il disprezzo sta tutto dentro il quadro. L’angelo è fuori e, credetemi, non occorre essere la Madonna dei calendari e dei pittori per saperlo. Lo sanno anche le adolescentine che, mano nella mano per farsi coraggio, vedete vagare in cerca di avventure per le strade del centro cittadino. Osservate il loro sguardo. Nei loro occhi spunta ora la preda ora il cacciatore, mirano a qualcosa che noi non vediamo e quando la sentono vicina, ridacchiano fra loro. Sembrano stupide, eppure quello che cercano, quello che sentono avvicinarsi, quello che le sfiora, è un angelo.

«Ma tu sei uscita fuori dal seminato della storia sacra!» È vero, ma era di questo che si trattava per me dall’inizio, poter andare dentro e fuori dai campi seminati per il passaggio che fa la differenza femminile nelle barriere del sacro/profano, cielo/terra, fede/ragione…

Io so che il passaggio c’è perché mi attraversa come una non coincidenza di me con me a causa che c’è altro. Lo so perché l’angelo, a chi ha detto del desiderio divino di venire al mondo? A una donna senza titoli sacri. Vero è che poi verrà coperta di titoli e di eccezionalità e non si vedrà più che era una donna comune, la più comune di tutte. Anche le mie adolescentine sono vergini, anche mia madre era madre, la mia amica L. ha concepito l’infinito e Simone Weil ha dato anima e corpo per farlo venire in questo mondo.

Nella storia sacra c’è un’invadenza dell’immaginario maschile che me l’ha sempre resa noiosa: non osavo dirlo da giovane e non lo avrei scritto qui, ma mi ha dato coraggio la pastora valdese mia amica Letizia Tomassone che, amando i testi sacri del cristianesimo, parla apertamente della sua sofferenza per i loro limiti patriarcali e androcentrici. Perfino nel racconto del Vangelo, lo scambio fra la donna e l’angelo, scambio forse difficile, certo delicato, a un certo punto diventa inudibile per il rumore assordante che fa il richiamo all’onnipotenza divina, che a me pare solo retorica umana, nel senso di maschile. Come poteva l’angelo rispondere con l’onnipotenza divina a una donna destinata a stare ore e ore ai piedi della croce di suo figlio? Poteva farle credere che Dio può tutto? Può tutto un Dio che vuole venire in questo mondo non a comandare ma ad amare?

Non facciamo, però, lo sbaglio di pensare che il passaggio lo apra l’esperienza della maternità soltanto. Magari è il suo contrario. O qualcosa di più elementare. Gli uomini, forse invidiosi (così dicono), certo stupiti della potenza del materno, credono troppo facilmente che una donna, quando ci passa, lì si fermi e di ciò si colmi. Non è sempre vero e forse mai. Mia madre, che era piuttosto fiera delle sue numerose maternità, un giorno, senza nessuna intenzione, con la semplice forma sintattica di una frase, svelò che una parte importante di lei (un desiderio) aveva continuato a vivere nella totale indipendenza del suo essere madre.

Ma la madre di Dio, neanche lei? Neanche lei e non è un’eresia, perché concepire l’infinito non è un riempirsi, ma far sì che altro possa avvenire passando da noi, dai nostri desideri. I nostri desideri ci fanno pozzi senza fondo, secchi bucati, e quando ci pare che tutti i passaggi siano otturati, ci buchiamo perfino le vene. Il trucco è tutto nella fedeltà: chi è fedele al suo desiderio fa del suo essere senza fondo, un passaggio in altro e un’apertura d’infinito che portano non oltre e aldilà, ma, viceversa, proprio qui, dove e come siamo, dove e come non sapevamo (di) essere e stare. All’origine – secondo le metafisiche bucate, cioè nella visione di chi lascia «correre» – non c’è un pieno ma un varco che consente ad altro di capitarci; per esempio, alla volpe di prendersi le nostre galline. «Non esiste per Lui desiderio adeguato Che lo collochi più lontano di Qui», dice Emily Dickinson.

Che cosa vuole una donna? si chiese Freud in chiusura della sua celebre lezione sulla femminilità, senza sapere la risposta, ma sapeva che non era niente di ciò che lui stesso aveva teorizzato in precedenza (una serie di riempitivi). C’è infatti un desiderio femminile che gode di niente, così come c’è un’esperienza che non si lascia interpretare e che, nel complesso delle cose visibili, dicibili, contabili, si presenta come un meno.

Lo sbaglio di un certo femminismo è stato di volerlo colmare, senza rendersi conto che a quel meno corrisponde una scelta femminile. Quel meno è il segno solo umano, solo storico, che fa la presenza femminile sottraendosi a una misura solo umana, solo storica.

Non si tratta della fede in un aldilà. Vi sono, certo, donne che hanno questa fede e che, in caso, la vivono con l’appartenenza a una comunità di credenti. Parlo di qualcosa che riguarda anche altre, parlo di uno sguardo che oltrepassa le mete e le misure sociali per sporgersi oltre, e far avvenire qualcosa, farla ad-venire qui. Parlo di un desiderare altro senza farne l’oggetto di un’appropriazione ma, al contrario, lasciandosi toccare da esso e arrendendosi così alla soggezione della soggettività. Parlo di una insufficienza irrimediabile, di un non bastarsi originario e del prezzo che le donne hanno pagato per averlo scelto. Non c’è uno Stato d’Israele della differenza femminile.

Nella storia delle donne, infatti, c’è questa scelta, quanto deliberata non so, ma storica e forte abbastanza perché il nome che fa umana la differenza sessuale, donna, si trovi nei nostri vocabolari.

Rispetto a questa scelta, il dominio maschile risulta secondario. Per fedeltà al senso originale di essere donna, per essere cioè lei l’interprete prima della sua esperienza, una donna può preferire di non misurarsi con l’uomo, e questo a costo di perderci. Ci sono esperienze la cui originalità le donne hanno difeso perdendoci, quella della maternità, per esempio. O, più precisamente, della maternità significata con la scelta di prendersi cura delle creature neonate, e pagata con millenni di soggezione all’uomo. Ma la rinuncia a confrontarsi con l’uomo, se ha favorito il dominio, ha favorito insieme anche il senso crescente della sua secondarietà. Il patriarcato è arrivato alla fine e quando gli storici avranno ricostruito la sua parabola millenaria, sono certa che c’entrerà anche la sua millenaria secondarietà nella mente e nel cuore di alcune donne. Poche, forse, ne avevano coscienza all’inizio, ma erano contagiose, tanto che oggi siamo legione.

Fra quelle poche, le scrittrici che ho cominciato a leggere e insegnare dal 1985 ci sono tutte. E poiché sono, per lo più, donne di fede, una domanda s’impone: la fede in Dio c’entra e come nella secondarietà che fa deperire il dominio dell’uomo?

La risposta a una simile domanda non può essere semplice e perciò quello che ho capito l’ho messo in tre risposte, fra loro contrastanti ma, spero, senza contraddizione. Dice la prima: Dio c’entra con il dominio maschile sulle donne nel senso che lo ha favorito – s’intende che sto parlando da un punto di vista storico, non ne ho altri. Il cristianesimo, com’è noto, è nato e si è sviluppato all’interno di una civiltà patriarcale e ne ha preso tutte le caratteristiche, non senza alcune interessanti correzioni: si può parlare, infatti, come ha dimostrato Kari Elisabeth Børresen, di un femminismo dei Padri della Chiesa. Ciò non toglie che si tratta di una religione sostanzialmente patriarcale: religione del padre divinizzato, della madre esaltata di riflesso al figlio maschio, della figlia tacitata e reclusa, della sessualità femminile piegata alle esigenze contraddittorie di quella maschile, della cultura che non tramanda il sapere delle donne. Per non parlare delle rivalità fra uomini per il possesso della verità, contesa a colpi di dogmi, sentenze, scomuniche e guerre.

Ma questa prima risposta non basta; da sola, ci nasconderebbe un fatto notevolissimo e cioè che le scrittrici mistiche, dall’interno di una società maschilista, con gli elementi di una religione patriarcale, hanno preso lo slancio per una straordinaria avventura di grandezza e di libertà femminile. Scrive di loro Carla Lonzi, pensatrice laica e femminista radicale: «Mi piacevano perché erano impegnate in un’avventura invisibile e non sindacabile» e poi, passando al tempo presente: «Mi illuminano sull’identità, mi precedono su questa strada e, sebbene sembri che rinuncino a tutto, è chiaro che non hanno rinunciato all’essenziale» (Itinerario di riflessioni).

Prima della libertà religiosa conquistata come un diritto dalla società maschile, queste donne hanno scoperto quella meno garantita ma più grande che si guadagna contrattando tra sé e sé, con gli altri e con il cielo. E poco avremmo capito della politica delle donne se non percepiamo il lavorio tenace e leggero, insieme, di questa contrattazione che dall’intimità arriva, senza soluzione di continuità, alle questioni più generali.

Ma come hanno fatto? A partire da un altro rapporto con Dio: non serve, non ministre, non rappresentanti, ma amiche o, come ad alcune piace pensare, amiche speciali e uniche, che pretendono di avere con lui (o lei) uno scambio non mediato da altri. Cade così la costruzione umana della religione e resta l’apertura d’infinito che la donna pratica liberamente con lo slancio dei suoi desideri ed una sicurezza che sbalordisce gli uomini più santi e potenti.

Ma non potrebbe trattarsi di un Dio surrogato di un benessere negato alle donne nella società patriarcale? Da bambina ho visto questo Dio umile e pietoso, l’ho visto nella chiesa del mio paese d’origine, durante le cerimonie del venerdì santo, guardando le donne del popolo, le più povere fra i poveri, come baciavano il crocefisso. Ma non vale per le donne di cui parliamo qui, loro non accettano di avere con Dio un simile rapporto, perché hanno la fierezza di essere sue amiche e da lui (o lei) accettano tutto ma niente che sia meno della verità. Non però articolata in verità di fede/di ragione, che è un’articolazione storicamente importante, ma pur sempre storica (compare infatti, parlo dell’Occidente, nel sec. XII, con Abelardo) e molto tributaria di una società egemonizzata da uomini con la loro forma mentis ed i loro bisogni simbolici. Quella che le scrittrici mistiche mettono in parole, per quanto ciò sia possibile, è la verità dell’esperienza, guadagnata praticamente dal vivo del loro vivere, lottando per le parole. Né più né meno.

Che ne è di Dio sottoposto a questa prova? Cade come un’illusione o ne esce intatto e rafforzato? Né l’una né l’altra cosa. Diventa un Dio di passaggio: dal chiuso della teologia scientifica, delle discussioni scolastiche, delle cerimonie e delle gerarchie, dei canoni e dei trattati, si trasferisce nella relazione d’amore e da questa scorre per il mondo, liberamente e segretamente. È di questo che parlarono l’angelo Gabriele e Maria di Nazaret?

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