Carmelo Meazza, Il nichilismo della forma politica. Nell’eredità del comunismo im/possibile di Jean-Luc Nancy

Questa ricerca prende avvio da alcune affermazioni di Jean-Luc Nancy sull’essere-in-comune. Affermazioni dirompenti che restano però sospese e senza uno svolgimento radicale e coerente con le intuizioni fondamentali da cui provengono. Il loro punto di convergenza e di tensione teorica si può riassumere in questo modo: la comunità esige una figura teorica e una figura della prassi che sospenda e abbandoni la categoria del possibile. La comunità esige inoltre un pensiero estraneo a una certa utopia temporale, così come esige un’estraneità e un forte attrito con la logica dell’evento.

Nancy ci lascia in eredità un’ontologia ineventuale e una singolare etica dell’im/possibile in cui la nozione di comunismo prende una nuova luce rispetto alle tradizioni dominanti della filosofia del politico della tarda modernità.

Nancy ci lascia la seguente affermazione, nel testo La dischiusura: «Il cristianesimo, indica nella maniera più attiva come il monoteismo alberghi in sé o, meglio, in un luogo che gli è addirittura più intimo di sé stesso, al di qua o al di là di sé. Il principio di un mondo senza Dio».

Poche altre esperienze avrebbero questa portata e questa apertura. Pur tra mille divagazioni o devianze e cadute, il divino cristiano sarebbe esemplare di una speciale deposizione di un Dio.

Il divino che esso celebra, il divino della sua adorazione, nel suo fondo più estremo, sarebbe esperienza di un senza fondo, meglio, sarebbe esperienza di un Dio ritratto, di un Dio svuotato.

Non senza correre qualche rischio Nancy lo scrive in questo modo: «Con la figura di Cristo è la rinuncia stessa alla potenza divina e alla sua presenza a diventare l’atto proprio di Dio e a fare di quest’atto il suo divenire-uomo».

Il divino deposto da un Dio sarebbe qui in questo deporsi nella prossimità dell’umano, o, meglio, per evitare ogni laterale cattivo umanismo, nella prossimità in cui l’umano è prossimo.

È il Dio, scrive Nancy, la cui divinità è costituita proprio dall’assenza di Dio, la cui verità è proprio il vuoto di divinità.

Ripetiamo quest’ultimo passaggio lentamente, perché sarà importante più avanti. Ripercorriamo la rischiosa nozione di questo vuoto di Dio e incominciamo con il dire che questo vuoto sarà ancora carico di una idolatria del divino se non converge, se non si converte con la nozione di un ritiro ritratto dal suo stesso ritrarsi. Se non si converte con una delle nozioni più dirompenti della proposta di Nancy e cioè quella di un ritiro di ogni differenza ontologica, di ogni differenza di essere ed ente, quindi di una differenza portata all’estremo del differire. Solo in questo modo si riesce a ripetere quello che gli interessa in modo singolare: questo Dio svuotato, ritratto dal suo stesso ritiro, non è un Dio nascosto. Non c’è nascondimento in questo vuoto. Non c’è fondo né nascondiglio, in questo Dio deposto.

Non riusciamo a comprendere la radicalità di Nancy se questo vuoto continua ad animarsi o inquietarsi per un qualche cenno, o segno, o rinvio. Per questo, il vuoto di Dio non è propriamente un vuoto. Se vogliamo rispettarlo dobbiamo riferirlo come un vuoto di vuoto. Nancy lo sappiamo non ha molto feeling con le luminescenze o con la luce. Preferisce il tatto e il contatto di un pollice e di un indice, ma se potessimo fare della luce una metafora di questo vuoto dovremmo evocare una luce che non è quella che Hölderlin nomina in questo passo, citato da Benjamin, quando dice: «La luce scura non nega la chiarezza, ma piuttosto l’eccesso di chiarore perché questo, quanto più è chiaro tanto più decisamente impedisce la vista. Il fuoco troppo ardente non solo acceca l’occhio, ma l’eccessivo chiarore inghiotte anche tutto ciò che si mostra ed è più scuro dello scuro».

Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

X