Giacomo Lampredi, La cittadinanza affettiva. Attivismo, cura, solidarietà

Quali sono le trasformazioni affettive nella vita dei solidali verso i migranti? Quali sono le conseguenze intime e politiche di tali trasformazioni affettive? Questo libro risponde a queste domande tramite un ricco percorso di ricerca etnografica nelle reti di solidarietà verso i migranti di Torino e Firenze. L’affettività è intimamente costitutiva delle pratiche solidali e di cura che istituiscono i modi di essere e sentirsi cittadini.

Attraverso un approccio teorico che include sociologia delle emozioni, etica della cura e studi critici sulla cittadinanza, in questo libro viene analizzato cosa le emozioni pragmaticamente fanno in termini di alterazione dei confini morali e politici. Le esperienze affettive dei solidali (attivisti, professionisti, persone che ospitano migranti in famiglia, membri di ONG, volontari ed ex-migranti) mettono in evidenza come i confini tra intimo ed estraneo, prossimo e distante e interno ed esterno, siano molto più fluidi e instabili di quello che solitamente pensiamo. Le emozioni in questi casi si manifestano come veri e propri atti di cittadinanza in cui si “rompono” e si riconfigurano le coordinate politiche della vita quotidiana. Questa è la pratica della cittadinanza affettiva: la pratica dirompente che intreccia nella vita quotidiana intimità e politica, cura e giustizia, coinvolgimento e riflessività.

La dimensione comunicativa delle emozioni è l’aspetto centrale di ogni flusso interazionale. Ogni emozione è una reazione ad una situazione che comunica una posizione rispetto ad essa di convergenza o di conflitto. L’espressione di rabbia può comunicare, ad esempio, la possibilità di un attacco, dando via ad un circolo di aggiustamenti reciproci per ridefinire la situazione. Una manifestazione rabbiosa può portare per reazione a contrattaccare, portando ad una escalation di violenza; oppure può portare a cercare di ammorbidire la rabbia dell’altra o dell’altro, fornendo scuse, giustificazioni e spiegazioni.

Ma le emozioni non sono semplicemente legate a ciò che agli altri si vuole comunicare, esse assumono significato diverso in base al tipo di coinvolgimento che abbiamo con le persone con cui interagiamo, alla storia della relazione e alla situazione che fornisce il contesto comunicativo. La risata può comunicare gioia, oppure una presa in giro crudele. Il sentirsi in colpa può significare che sentiamo di non esserci comportati in modo adeguato rispetto ai nostri valori, di non aver fatto abbastanza o di aver causato qualcosa di indesiderato. Le emozioni devono essere comprese nel modo in cui l’interdipendenza si realizza e si svolge concretamente nelle strutture di coinvolgimento a cui esse si rivolgono.

L’interdipendenza sociale, quindi, è soprattutto intercorporeità. Alcune teorie psicologiche delle emozioni, maggiormente centrate sull’individuo, trascurano il ruolo giocato dalla situazione interazionale e dalla sua storia, escludendo colei o colui a cui è indirizzato il messaggio emotivo e la sua identità sociale, che ordina le sequenze interattive. Le emozioni sono attività relazionali che allineano le persone verso determinati oggetti di interesse ed hanno conseguenze pragmatiche sugli altri. I bambini, ad esempio, non interpretano l’“espressione” emozionale dei genitori come comunicazione di uno stato interno, come “sono felice” o “ho paura”, ma piuttosto per comunicare, “avanza tranquillo” o “fermo lì”. Le emozioni sono quindi sempre modelli di relazioni e “tendenze all’azione”, con disposizioni a stabilire, mantenere e interrompere un certo coinvolgimento.

Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

X