Città del lavoro o della rendita? Dialoghi dall’Inchiesta sociale sulla città metropolitana di Bologna, G. De Angelis (cur.)

Se la città del lavoro è la città in cui il lavoro è lo strumento per la valorizzazione della persona, della redistribuzione orizzontale attraverso la socializzazione della ricchezza, la città della rendita è quella in cui il valore della persona si riduce a quello di mercato, misurato sulla proprietà, e in cui la redistribuzione, fondata sull’eredità, torna a essere verticale.

È questa la tensione indagata nei contributi di questo volume, dove le riflessioni di studiosi e studiose, condotte a partire da prospettive diverse, entrano in dialogo con gli esiti dell’Inchiesta sociale sulla città metropolitana di Bologna.

Dal diritto alla casa all’accesso ai servizi, dalla partecipazione alla giustizia climatica, nel volume si mette a fuoco come la rinnovata centralità della rendita nella definizione delle fratture sociali costituisca il principale terreno di sfida alle categorie con cui ancora leggiamo la diseguaglianza. Rimetterne in discussione i dispositivi, politicizzarli a partire dalla base sociale del sindacato, significa spostare il baricentro del conflitto: non correggere una distorsione, ma mettere in discussione ciò che la rende possibile, accettabile, legittima.

Contributi di: Alessandro Bozzetti, Michele Bulgarelli, Carlotta Caciagli, Gianluca De Angelis, Francesca della Ratta-Rinaldi, Alberto De Nicola, Marta Fana, Francesco Gentilini, Barbara Giullari, Emanuele Leonardi, Marco Marrone, Nicola Quondamatteo, Antonella Verduci, Lorenzo Zamponi

In Italia, nel censimento del 1951 il numero di case occupate da residenti proprietari era il 40%, in quello del 1971 era il 50,1%. La corsa al mattone dei venti anni successivi è tale che nel 1991 le abitazioni occupate dai residenti proprietari arrivano al 68%. Il meccanismo rallenta con il nuovo millennio. Nel 2001 la quota di case occupate dai proprietari è pari al 71,4%, nel 2011 il 72,5%. Del resto, come in Inghilterra e in Francia, gli anni tra i ‘60 e i ’70 sono quelli in cui anche in Italia si mette fine al programma di alloggi pubblici. La fine del fondo Gescal (Gestione Casa per i Lavoratori), l’avvio delle agevolazioni creditizie, sostenute dall’IMI, sono alcuni degli interventi tesi a ridefinire in senso privato la domanda di alloggio, creando un mercato per i produttori di case da una parte, ma anche producendo l’effetto di legare i neo-proprietari alle loro proprietà, tenendoli lontani dalle forme più collettive di abitare. I confini tra le classi non sono davvero messi in discussione, la proprietà della casa resta differenziata, ma di certo l’effetto di queste politiche è quello di scardinare i più tradizionali pattern di classe, sia dando luogo a posizionamenti simultanei e contraddittori, sia ad aspirazioni che oggi sembrano ormai destinate a restare disattese.

Se il lavoro nel corso della seconda metà del XX secolo smette di essere la condanna del periodo pre-industriale e, piuttosto, diventa lo strumento attraverso il quale chi lavora ha potuto aspirare ad avanzamenti in termini di benessere inediti è per una molteplicità di ragioni, anche contrapposte, e di attori capaci di dar forma a quelle ragioni. Né la proprietà sociale, né l’accesso a quella privata, pur nelle sue forme elementari, sono tratti intrinseci del lavoro per come deriva dalla legge di mercato. Se lo sono state, per un periodo anche abbastanza lungo, è per l’azione contrapposta di chi ha creduto nella costruzione di un orizzonte di classe comune per i lavoratori e le lavoratrici e la reazione di chi ha capito che per frammentare quell’orizzonte bastava mettere mano ai punti di vista, ripristinando le distanze tra le classi, ma anche esacerbando quella tra le posizioni all’interno della stessa classe. La spinta alla proprietà della casa è parte di quella reazione, così come lo sono stati gli incentivi alle altre forme di privatizzazione dei beni collettivi. È quindi a quella complessità che si deve guardare per comprendere la costruzione del valore sociale del lavoro e la crisi che oggi lo caratterizza. Per questo, interrogarci sull’attualità del valore sociale del lavoro significa anche interrogarsi sulla realtà che lo definisce guardando al di là del mercato e dell’impresa. Questo è lo scopo dell’Inchiesta Sociale realizzata nella città metropolitana di Bologna sintetizzato nell’interrogativo «città del lavoro o città della rendita?». Se la città del lavoro è la città in cui il lavoro è anche la via per la valorizzazione della persona, la città della rendita è quella in cui il valore del lavoro si riduce a quello di mercato e la possibilità di una vita dignitosa torna a passare per la stretta via della proprietà.

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