Nel 1969, introducendo una raccolta di saggi in tributo a Norbert Wiener, il cibernetico belga Georges R. Boulanger si domandava emblematicamente: «Ma in fondo che cos’è la cibernetica? O meglio, che cosa non è, perché paradossalmente più si parla di cibernetica, meno sembra ci si trovi d’accordo su una sua definizione». Negli ultimi decenni, l’irruzione sulla scena sociale di tecnologie sempre più complesse e performanti ha contribuito a riportare in primo piano tale questione irrisolta anche nell’ambito della più recente filosofia politica.
Questo libro si propone di fare finalmente chiarezza sullo statuto teorico della cibernetica a partire da un’analisi critica, elaborata in chiave storico-epistemologica, della sua genesi e delle sue nozioni fondamentali, della sua diffusione all’interno delle scienze umane, sociali e politiche e, soprattutto, dei suoi impensati. La ricostruzione e la ricognizione della sua emergenza storica consentiranno di aprire la strada per una giusta posizione dei suoi problemi e, sulla scorta di ciò, di provare a pensare altrimenti tutta una serie di questioni che riguardano da vicino alcuni degli irrisolti più rilevanti della nostra attualità.
La storia della scienza è costellata di aneddoti – veri o falsi che siano, non importa – riguardanti una specifica interazione dello scienziato con il contesto entro il quale è inserito che funge da innesco della produzione di un pensiero, solitamente di portata rivoluzionaria. La mela di Newton, gli esperimenti di Galilei dalla Torre di Pisa. Wiener in questo senso non è da meno. È lui stesso, nel secondo volume della sua autobiografia, a raccontarci qualcosa di simile che si può dire abbia assolto all’interno del suo percorso intellettuale la medesima funzione della mela e delle biglie.
Il matematico statunitense, dopo una serie di tentativi falliti di ottenere una posizione stabile come professore di logica presso il dipartimento di filosofia di Harvard – a cui corrispondono, per certi versi, altrettanti tentativi, anch’essi mai veramente portati a termine, di estendere alla logica le tesi filosofiche sviluppate nelle pagine di Relativism –, nel 1919 approda al MIT. Lì, le «onde sempre mutevoli» del fiume Charles, che intravede dalle finestre del suo studio, concentrano la sua attenzione di matematico. Esse sembrano fornire a Wiener una conferma materiale della plausibilità delle tesi che aveva sviluppato nel suo saggio filosofico di qualche anno prima.
Le variazioni delle onde richiedevano un approfondimento scientifico della semantica dell’approssimazione che lui stesso aveva posto al centro della sua riflessione filosofica. Come ha opportunamente rilevato Marcello Cini il problema che il matematico statunitense si sta ponendo osservando il fiume Charles non è quello dell’idrodinamica classica – frutto dell’estensione delle leggi della meccanica newtoniana dei corpi puntiformi ai fluidi prima ideali e poi reali. Non si tratta per Wiener di ricondurre il “comportamento” delle onde a una legge generale, ma piuttosto di trovare una legge generale capace di «“descrivere” il flusso di quel fiume, […] rappresentare la mutevolezza e la varietà di quelle onde, […] riprodurre le caratteristiche peculiari di quel “processo” inventando il formalismo adatto per fornire una descrizione accurata e dettagliata di come esso si svolge». Esattamente come dall’impossibilità della certezza assoluta sarebbe stato scorretto desumere l’impossibilità della conoscenza, dall’attestazione della mutevolezza e del disordine del mondo non doveva essere ricavata l’impossibilità di rintracciare al suo interno dei regimi di regolarità. Tale regolarità, tuttavia, non poteva essere quella rigidamente deterministica delle scienze newtoniane; doveva essere una regolarità di tipo nuovo, capace, dirà Wiener qualche anno più tardi, di prendere in considerazione l’incertezza e la contingenza degli eventi. Una regolarità, insomma, statistica e probabilistica – ecco la traduzione in termini scientifici della semantica dell’approssimazione –, non assolutamente certa e fondata su regole generali.
La ricerca di questo nuovo linguaggio da parte di Wiener comincia, a partire dal 1919, con una serie di studi consacrati all’integrale di Lebesgue – un metodo statistico inventato pochi anni prima dal matematico francese Henri Lebesgue per misurare serie complesse di punti e curve sparsi, la cui rilevanza, all’interno della storia della matematica, riposa, tra le altre cose, proprio sul fatto di consentire di considerare, per l’appunto, funzioni sempre più irregolari come, ad esempio, il risultato di processi al limite nell’analisi matematica e nella teoria matematica della probabilità. Tali studi lo portano ad interessarsi sempre di più al cosiddetto moto browniano, un movimento estremamente disordinato e irregolare di piccoli frammenti sospesi in un liquido, osservato per la prima volta al microscopio dal botanico Robert Brown nel 1827 e che, solo successivamente si scoprì essere causato dall’agitazione termica delle molecole del liquido. In quegli anni esso era al centro dell’interesse di moltissimi fisici e matematici – nel 1905 Albert Einstein aveva proposto un modello probabilistico per descrivere il comportamento delle molecole coinvolte in tale movimento – e non poteva certamente passare inosservato agli occhi di Wiener che, probabilmente, nelle traiettorie percorse dalle molecole vedeva riverberarsi quelle delle onde del fiume Charles.
La volontà di studiare tali traiettorie in quanto tali, più che il comportamento delle singole particelle come aveva fatto Einstein (e Marian Smoluchowski dopo di lui), lo porta a incrociare le ricerche di Josiah Willard Gibbs. Di lui Wiener parlerà come della «più grande stella mai comparsa nel firmamento scientifico statunitense» e di uno dei punti di riferimento intellettuale più importanti della sua vita.