Maria Alessandra Soleti, Mediatrici di sapienza. Il riflesso della tradizione profetica e femminile in Christine de Pizan

Sola perché unica, scandalosa perché fuori dalla scena, sono solo alcuni dei tratti messi in rilievo nell’agire di Christine de Pizan: la sua parola si fa militante, per essere qui sezionata, ascoltata e seguita fino al suo canto finale. Il “cammino di lungo studio” è però percorso a ritroso, dall’ultima composizione in versi della poetessa si attraversa una parte della sua ricca produzione. Si avanza l’invito a cercare segni e idee condivise con precedenti figure femminili. Una trama densa di fili da intrecciare, ne risulta un ritratto inedito della Pizan, una lettura innovativa dei suoi testi. Prima donna che compose in volgare per professione, che giunse a rappresentare sé nell’atto di scrivere in splendide miniature. Molti i suoi primati, anche se non fu una rivoluzionaria, né una pacifista nel senso moderno del termine. Questa “scriba ispirata” non è presentata neanche come una femminista ante-litteram: la protagonista di questo libro impugnò la penna come strumento di mediazione, si riconobbe nella guida della Sibilla, per annunciare un altro modo di avvicinarsi alla conoscenza. Christine agisce nella/con la scrittura come una poetessa, “storica ispirata”, pensatrice, come una sibilla, osò perfino sfiorare l’idea di un sacro al femminile: tutte posture che convergono e esplodono in una polifonia. «Seule en tes faiz ou royaume de France. Sola, nel regno di Francia, nel fare quello che fai»: ecco come Eustache Deschamps celebrava quella musa eloquente. Sola perché unica, eccezionale per sapere e coraggio.

Ancor più dirompente perché eccezionale, pervasiva in quanto sotterranea, la voce delle donne non ha mai rinunciato alla possibilità di incidere nella realtà mondana, pur con vibrazioni inedite. Da tempo tendo l’orecchio per provare a percepirne il fruscio della presenza nella storia del pensiero, nella ferma convinzione che i segni del loro passaggio non siano andati perduti, che sia necessario porsi in ascolto di remoti segnali per ricostruire lo spartito di quel canto. Una polifonia spesso senza volto o priva di maternità. Chi ne ha saputo cogliere il suono, non ha potuto celare lo stupore, nella maggior parte dei casi accompagnato da diffidenza, da ammirazione in occasioni più rare, attonito dinanzi allo spessore e alla potenza racchiusa in quei messaggi divulgati con coraggio e determinazione. Reazioni contrastanti che anche Christine de Pizan ha suscitato in coloro che si sono imbattuti nel suo strano caso: quello di una scrittrice di professione, colta e ispirata, che si è offerta come sguardo eletto nell’osservare le vicissitudini del suo tempo, per trasmetterne la memoria con profetici occhi di donna.

Se però si stenta a credere che un fiore possa spuntare dal nulla, allora occorre disporsi allo scavo per andare alla ricerca dei semi che possono aver preceduto, nutrito e alimentato tale germoglio, da cui si può far scaturire la necessità di una genealogia femminile. Seme di una “terra incognita” qual è la “filosofia in volgare” – poco nota e solo di recente dissodata – cui alcuni pionieristici lavori hanno aperto le porte del pensiero medievale, revisionato nella precedente astorica unitarietà così da oltrepassare i confini disciplinari e accogliere anche la poetessa francese accanto ad altre/i che si esprimevano nella “lingua della nutrice” da diverse aree culturali dell’Occidente. Riflessioni filosofiche per i laici – donne e uomini di corte, aristocratiche e potenti – e di laica provenienza, ma non riservate a loro solamente, accessibili e fruibili per un pubblico comprendente anche i dotti del tempo.

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