Editoriale

Mignon è partita

Mignon è partita

Il film di Francesca Archibugi Mignon è partita (1988) racconta un anno vissuto da una famiglia di Roma. La madre ha un marito infedele e spesso assente e cinque figli. Uno di loro, Giorgio, prossimo ai quattordici anni, è il protagonista, dotato anche della propria voce fuori campo. Un giorno una fanciulla di 15 anni, Mignon, che ha sempre vissuto a Parigi ed è cugina dei cinque figli ma a loro sconosciuta, viene a trascorrere un periodo di tempo nella nuova famiglia. Nonostante fra Mignon e Giorgio si formi presto un forte legame affettivo, il ragazzo si innamora di Mignon senza esserne corrisposto, ciò di cui soffre profondamente, risvegliando negli spettatori – o almeno in coloro che, ancora adulti, custodiscono un ricordo ricco dell’adolescenza – l’émpito di sensazioni e lo scoordinamento del razionale di quando ci si innamorava la prima volta.

Poco prima della conclusione del film si manifesta però un imprevisto registico, inizialmente indecifrabile. Lo schermo diventa nero del tutto, ma non si tratta di un problema tecnico. Un breve attimo dopo che lo schermo si è oscurato, nel buio una voce d’uomo recita sobriamente i primi due endecasillabi di una poesia di Sandro Penna, da cui l’argomento di questo scritto…

Dopo il caso Weinstein: uomini di fronte ai progetti delle donne

Il caso Weinstein è un fatto di cronaca giudiziaria, ma è stato anche l’inizio di un evento di ben più ampie dimensioni. Di questo evento è importante analizzare il significato perché solo così si può capire come ci riguardi tutti e come a tutti, cioè sia agli uomini, sia alle donne, chieda di trovare risposte che siano alla sua altezza. Qui vorrei riflettere sulle reazioni maschili perché mi paiono più spesso incerte e dunque a rischio di essere inadeguate.
Sul piano della cronaca i fatti sono noti. Harvey Weinstein, noto produttore cinematografico statunitense, è stato accusato di molestie da molte donne, tra cui alcune attrici famosissime come Salma Hayek o Angelina Jolie: usando il suo potere e la sua influenza, le avrebbe ricattate per ottenere favori sessuali o il silenzio sui suoi abusi. Queste accuse hanno motivato un procedimento legale contro il produttore hollywoodiano, ma hanno anche avuto ulteriori effetti. Innanzitutto, l’evidenza mediatica del caso Weinstein ha incoraggiato altre donne, non solo in America, ma anche in Europa, a prendere la parola e a denunciare altri uomini colpevoli degli stessi crimini. Ma il fenomeno si è ulteriormente amplificato con la nascita del movimento #MeToo che ha invitato le donne a raccontare le loro esperienze di molestie e ricatti sessuali subiti, così da far intravedere le dimensioni reali del fenomeno e non lasciare che sia ridotto a un grappolo di episodi isolati ascrivibili alla depravazione di questo o quell’uomo…

Badiou, Infinito

A proposito del seminario dedicato all’Infinito

Questo seminario dell’anno 1984-1985, incentrato sull’Infinito, è parente di quello consacrato al tema dell’Uno, tenuto nel 1983-1984, e già pubblicato. I due seminari costituiscono una preparazione particolare di L’essere e l’evento pubblicato nel 1988. Si tratta di setacciare attraverso il filtro della grande storia della filosofia alcuni concetti maggiori del libro in preparazione. L’essere e l’evento contiene in effetti almeno tre tesi fondamentali che giustificano un’indagine serrata sul modo in cui sono stati trattati dai miei colleghi e rivali della grande storia speculativa i concetti dell’Uno e dell’Infinito…

Chi muore, chi non muore

La grande domanda è chi muore, quando Socrate muore. E su questo le interpretazioni sono state molto compatte. Chi muore è Socrate, il suo corpo, la vita del corpo e la vita nel mondo, e dunque una vita cattiva. Come tutti sanno nel Fedone Socrate a un certo punto dice al discepolo che lo assiste nell’ultimo momento della sua vita: “ricordati, dobbiamo sacrificare un gallo ad Asclepio”. Questo significa per un greco che bisogna rendere omaggio al dio che ci ha guarito…

Foucault

Foucault e l’archeologia della mente

In una enciclopedia cinese, secondo una famosa pagina di Borges, sta scritto che «gli animali si dividono in: a) appartenenti all’Imperatore; b) imbalsamati; c) addomesticati; d) maialini da latte; e) sirene; f) favolosi; g) cani in libertà; h) inclusi nella presente classificazione» e così via enumerando, fino all’ultima cate­goria: «n) che da lontano sembrano mosche». Nel suo libro su Le parole e le cose, del 1966, il filosofo france­se Michel Foucault dichiarava di essersi ispirato, per il proprio lavoro, a questo testo di Borges, allo stupore e al senso di comico disorientamento che esso aveva provocato in lui…

bellezza

La bellezza è una domanda

Quando Josif Brodskij, in occasione del conferimento del premio Nobel per la poesia e la letteratura, sostenne che uno dei principali problemi del nostro tempo è la volgarità, e che solo la bellezza avrebbe potuto salvarci, non avevamo forse compreso fino in fondo quanto fosse nel giusto. Ma si sa, è dei poeti vivere al di sopra delle proprie possibilità, come diceva sempre Luigi Pagliarani. Brodskij poi aggiunse che l’estetica è la madre dell’etica, perché la contiene, completando una diagnosi e un progetto per cambiare la nostra vita. Non l’abbiamo ascoltato. La volgarità, e non la bruttezza, si propone nel nostro tempo come il contrario della bellezza; così come l’indifferenza, e non l’odio, è il contrario dell’amore…

Fantasmi di luce

Fantasmi di luce. L’arte come disarticolazione visionaria del reale

La famosa affermazione di Cézanne: “Io vi devo la verità in pittura, e ve la darò”, fu ripresa per la prima volta dallo storico dell’arte francese Hubert Damisch nel suo testo Otto tesi pro (o contro?) una semiologia della pittura, del 1978, e nello stesso anno divenne occasione di una più ampia discussione nell’opera di Jacques Derrida La verità in pittura. Qui, Derrida rifiutava la distinzione tra il dipinto e la cornice, l’ergon e il parergon, che aveva permesso a filosofi come Kant di individuare un regno dell’arte autonomo e inattaccabile. Derrida, al contrario, insisteva sul fatto che la cornice è sempre permeabile, e permette al mondo esterno di invadere l’opera d’arte. Arte e vita, dunque, come vasi comunicanti.

smetto quando voglio

Smetto quando voglio? Il nostro sapere e il tradimento delle istituzioni

Tra qualche giorno uscirà il terzo e ultimo capitolo della trilogia Smetto quando voglio e mi sono accorto di far parte dei tanti che lo aspettano. Una prima motivazione per questa attesa è fin troppo ovvia: i primi due film erano divertenti, perché non dovrebbe esserlo anche il terzo, visto che è all’opera la stessa squadra, dal regista agli sceneggiatori, dal produttore al cast degli attori? L’attesa sarebbe dunque della serata spassosa che sembra assicurata. In realtà, confesso che c’è anche una seconda ragione per cui sono curioso di vedere come Sydney Sibilia concluderà il discorso che ha aperto tre anni fa girando il primo film…

agonismo

Chi vince non sa cosa si perde

 

Ambigua e paradossale, la forma del motto che appare nel titolo è ciò che più lo rende adeguato ad aprire un discorso sull’agonismo. Delle sue tre sezioni [/Chi vince/ /non sa/ /cosa si perde/] quella sensibile è certamente l’ultima, sensibile perché vi si manifestano sia l’ambiguità sia il paradosso. In quanto all’ambiguità, il /si/ può avervi: [1.] valore intensivo (come in: “l’appassionato non si perde neanche una puntata del programma”); e: [2.] valore di pronome impersonale (come in: “in questi casi si perde la pazienza”). La differenza fra i due casi si fa lampante quando si agisce sulla prima sezione, per esempio commutandola alla prima persona singolare. Nel caso [1.], bisogna variare anche la terza sezione: “Se vinco, non so cosa mi perdo”; nel caso [2.], non è necessario: “Se vinco, non so cosa si perde”. Ma è anche vero che, fra [1.] e [2.] poco cambia nel senso generale del motto: “(Chi vince non sa) cosa egli, vincendo, si sia perso / cosa, in generale, vincendo [ci] si perda”…

terribili meraviglie

Una guerra di terribili meraviglie

Uccelli di legno e cuoio che spiccano il volo. Filamenti di carbonio che squarciano l’oscurità delle strade cittadine. Parole e suoni che, attraverso fili di rame o volando nell’etere, attraversano i continenti. Per alcuni decenni, tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, e per i fortunati (occidentali e benestanti) che potevano godere delle nuove meraviglie della tecnica, tutto sembrava possibile. Poi venne la guerra.
La prima guerra mondiale non mise certamente fine al “progresso” tecnologico: i campi di battaglia videro anzi l’applicazione di tutte le maggiori scoperte della seconda rivoluzione industriale, dal telefono al motore a scoppio, dalla chimica alla medicina, alle nuove tecniche di produzione industriale e gestione della forza lavoro. Le tecnologie coinvolte uscirono dalla trincea perfezionate (si pensi all’aereo o al sommergibile), rivoluzionate (si pensi alla radio, al filo spinato o ai gas tossici) e pronte per una nuova guerra. Alcune tecnologie che sarebbero state centrali nei conflitti successivi, come il carro armato, l’aereo bombardiere e la mitragliatrice leggera, ebbero i propri natali durante il conflitto.

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