Editoriale

Alcibiade e la cura di sé

Alcibiade e la cura di sé

Il principio che bisogna «occuparsi di se stessi» ha ricevuto la sua prima elaborazione filosofica nell’Alcibiade di Platone. Come sappiamo, i commentatori esitano sulla data da proporre per questo dialogo. Alcuni elementi spingono a vedervi un testo della giovinezza di Platone: il genere di personaggi che vi partecipano, il tipo di interrogazione e la lentezza del dialogo, molti dei temi affrontati. Ma altri elementi invece richiamerebbero a una datazione più tarda: e in particolare la conclusione molto «metafisica» del dialogo, a proposito della contemplazione di sé nell’essenza divina. Lasciamo da parte questo dibattito, che non è di mia competenza. E manteniamo solo la soluzione suggerita dai neoplatonici. È interessante per il senso che la tradizione antica attribuiva a questo dialogo e per l’importanza che dava al tema della «cura di sé»…

La buona media

La buona media

Amare o essere? Amare rinunciando a essere, come colui che accetta di essere tutto amore, o rivoltolarsi nello spessore dell’essere rinunciando all’amore? Questo dilemma insolubile, pur non comportando nessuna soluzione logica, ci lascia però delle scappatoie. Per rendere possibile l’impossibile, per sfuggire all’alternativa a cui lo costringe la sua contraddizione vissuta e a cui lo vincola il suo paradosso interiore, l’essere al tempo stes­so morale e finito, l’essere finito-morale dispone in particolare di quattro alibi: in primo luogo, la buona media, che è soprat­tutto un’astuzia e non implica direttamente l’ambiguità, ma piuttosto la mescolanza e il pressappoco; in secondo luogo, il faccia-a-faccia immobile, inchiodato al suolo dalla neutralizza­zione reciproca dell’amore e della morte, del dovere e dell’esse­re, faccia-a-faccia che alla fine lascia l’ultima parola proprio al­la morte, che non è una scappatoia ma al contrario un blocco, e che è indirettamente un modo di eludere qualsiasi soluzione…

George Floyd

Don’t forget to breathe

Manca il respiro. A quarantena finita, l’aria manca proprio come prima del confinamento. Com’è possibile?

In un romanzo del 1990 intitolato La musica del caso, Paul Auster immagina un uomo che, per uscire da una fase particolarmente critica della sua esistenza, mette in campo tutte le energie di cui dispone. La sua grande operosità, però, si concretizza in un’impresa bizzarra, ovvero la maniacale fabbricazione di un muro nel quale egli finisce per imprigionarsi. In questa sua poetica dell’assurdo, lo scrittore americano si sarà forse ispirato a un racconto che Franz Kafka aveva scritto circa settant’anni prima: ne La tana un misterioso io narrante descrive la minuziosa costruzione di un nido confortevole e sicuro, che insensibilmente si trasforma in una trappola. Siffatti personaggi, impegnati dapprima ad aprirsi uno spazio in cui essere liberi di godersi il proprio, finiscono poi per chiudersi in cattività…

Macchina da guerra

Macchina da guerra e nomos

La fuga può appartenere alle esperienze più svariate e per definizione non è anticipabile, si sottrae al perimetro di qualsiasi progetto. La fuga di solito è l’effetto prodotto da una macchina da guerra. La macchina da guerra non ha a che fare in primo luogo con azioni di belligeranza, non provoca necessariamente un conflitto, è semmai un modo peculiare di abitare lo spazio, «è nella sua essenza l’elemento costitutivo dello spazio liscio, dell’occupazione di questo spazio, dello spostamento in questo spazio e della composizione corrispondente degli uomini: è questo il suo solo e vero oggetto positivo (nomos)». Il nomos della macchina da guerra definisce un certo rapporto tra lo spazio e il molteplice di qualsiasi natura (inorganico, animale, antropologico, tecnologico ecc.) che lo riempie. La comprensione deleuziana di nomos è il controcanto della definizione che ne dà Carl Schmitt in un saggio del 1953. Per Schmitt nomos dice il modo in cui un gruppo umano prende possesso di uno spazio e lo organizza per la propria sussistenza…

Il realismo ecologico

Il realismo ecologico

Sappiamo che il nostro attuale modo di vita non ha futuro; che i figli che metteremo al mondo non useranno più, da grandi, né alluminio né petrolio; che, in caso di effettiva realizzazione dei programmi nucleari, i giacimenti di uranio saranno esauriti.

Sappiamo che il nostro mondo sta per finire; che, se continuiamo su questa strada, i mari e i fiumi diventeranno sterili, le terre prive di fertilità naturale, l’aria delle città soffocante e la vita un privilegio esclusivo appannaggio di esemplari selezionati di una nuova razza umana, adattata per mezzo di condizionamenti chimici e genetici alla nuova nicchia ecologica che la bioingegneria avrà sintetizzato per essa.

Sappiamo che, da centocinquant’anni, le società industriali vivono del saccheggio accelerato di risorse la cui costituzione ha richiesto decine di milioni di anni, così come sappiamo che, fino a tempi recentissimi, gli economisti…

Stockhausen, Von Trier, De André

Stockhausen, Von Trier, De André

Un po’ di tempo fa, all’inizio degli anni ’70 suppergiù, si usava una definizione che oggi mi sembra mirabile: una “persona intelligente”. Quando si conosceva qualcuno, lo si introduceva fra gli amici approvandolo col dire: “Sì, è una persona intelligente.” La disamina della definizione era abbastanza complessa. Una “persona intelligente” – lo scrivo sempre fra virgolette per evidenziare la sfumatura d’epoca dell’espressione – era aperta, colta, senz’altro di sinistra ma meglio se non della sinistra parlamentare, tendenzialmente anarchica, eticamente illuminata, capace di attribuire significati inediti a letture consuete, accogliente, dotata di senso dell’umorismo, conscia del dolore e della propria fallibilità, capace di consolare (perfino misericordiosa), del tutto fiduciosa nell’uguaglianza di tutti gli uomini, e via dicendo…

Emanuele Severino

La necessità della filosofia. Per Emanuele Severino

Qualche giorno fa è morto Emanuele Severino. L’ho saputo da amici e amiche con cui seguivo i suoi corsi di filosofia teoretica a Venezia. Qualcuno mi ha scritto di essere senza parole. Capisco bene questa sensazione, ma in questo caso non deriva dalla scomparsa di una persona che faceva parte della nostra vita come un amico o un familiare. Non si tratta neppure del venir meno di una voce che ci aiutava ad orientarci nella comprensione del presente. Credo che Severino rappresentasse per molti una simile voce, ad esempio grazie ai suoi scritti sul rapporto tra la democrazia o il capitalismo, da una parte, e la tecnica, il nichilismo e la tendenza profonda che secondo lui attraversa il nostro tempo, dall’altra. Non è però in questa veste, dell’intellettuale lucido e radicale, che è stato tanto importante per me e per quegli altri che hanno seguito le sue lezioni di filosofia…

Hegel e Foucault

Hegel e Foucault: un accostamento impossibile?

Nell’articolo Cogito e storia della follia, apparso nel 1963 sulla Revue de Métaphysique et de Morale, Jacques Derrida si confronta con il progetto foucaultiano, sotteso alla Storia della follia nell’età classica, di restituire la parola alla follia rendendola pienamente soggetto del libro, cioè suo oggetto e autore. Esaminando in particolare la prefazio­ne alla prima edizione del 1961 – prefazione che poi verrà stralciata dalle successive edizioni della Storia della follia –, Derrida riconosce a Foucault l’acuta consapevolezza di dover sfuggire, per realizzare la sua opera:

alla trappola o alla ingenuità oggettiviste che consisterebbero nello scrivere, nel linguaggio della ragione classica, utilizzando i concetti che sono stati gli strumenti storici di una cattura della follia, nel lin­guaggio coltivato e poliziesco della ragione, una storia della follia sel­vaggia, quale esiste e respira prima di essere presa e paralizzata nelle reti di quella stessa ragione classica.

Il tentativo foucaultiano di scrivere in un linguaggio non monologi­co e non dominato dalle coordinate teoriche della ragione classica si traduce secondo Derrida in due progetti completamente diversi…

Spinoza

Spinoza materialista

Spinoza propone ai filosofi un nuovo modello: il corpo. Egli propone di istituire il corpo come modello: «Nessuno sa ciò che può il corpo…». Questa dichiarazione di igno­ranza è una provocazione: noi parliamo della coscienza e dei suoi decreti, della volontà e dei suoi effetti, dei mille mezzi per muovere il corpo, per dominare il corpo e le pas­sioni ‒ ma non sappiamo affatto ciò che può un corpo. Parliamo a vuoto, invece di conoscere. Come dirà Nietzsche, ci si stupisce di fronte alla coscienza, ma «ciò che è sorprenden­te è piuttosto il corpo…».

Tuttavia, una delle più celebri tesi teoriche di Spinoza è conosciuta sotto il nome di parallelismo: essa non consiste soltanto nel negare ogni rapporto di causalità reale fra la mente e il corpo, ma vieta ogni eminenza dell’una sull’al­tro. Se Spinoza rifiuta ogni superiorità dell’anima sul cor­po, ciò non è per instaurare una superiorità del corpo sul­l’anima, che d’altronde non sarebbe affatto più intellegibile. Il si­gnificato pratico del parallelismo appare nel rovesciamento del principio tradizionale sul quale si fonda la morale come impresa di dominio delle passioni da parte della coscienza: se il corpo agisse l’anima patirebbe, si sosteneva, e l’anima non potrebbe agire senza che il corpo non patisca a sua vol­ta (regola del rapporto inverso, cfr. Descartes, Trattato delle passioni, artt. 1 e 2). Al contrario, secondo l’Etica, ciò che è azione nell’anima è anche necessariamente azione nel cor­po, ciò che è passione nel corpo è anche necessariamente passione nell’anima. Nessuna eminenza di una serie sul­l’altra. Che cosa intende dire, dunque, Spinoza quando ci invita a prendere il corpo come modello…

De liberto arbitrio

De libero arbitrio

«Poi il Signore Dio disse: ‘Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male’» (Gen 3,22)

«Il Signore disse allora a Caino: ‘[…] Se agisci bene, non dovrai forse tenere alto il tuo volto? Ma, se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dominalo’» (Gen 4,6-7)

Questa narrazione costituisce il primo esempio di libero arbitrio.
Anche Eva si trovava di fronte a una scelta: mordere il frutto colto dall’albero della conoscenza, o rifiutarlo. Tuttavia, Eva scelse senza conoscere, senza essere in grado di distinguere il bene dal male. Poteva solo distinguere ciò che era permesso da ciò che era proibito. Scegliere fra ciò che è permesso e ciò che è proibito non costituisce una libera scelta, dato che si sceglie ciò che è permesso per timore di una sanzione e ciò che è proibito come gesto di curiosità o di ribellione, ma nessuna delle due scelte è basata sulla conoscenza del bene e del male. Facendo ciò, ci si comporta come un bambino innocente. Proprio come ha sostenuto Kierkegaard: l’innocenza è ignoranza. Caino, al contrario, sapeva distinguere il bene dal male. Avrebbe potuto scegliere il bene, tuttavia soccombette al male. Scegliere il bene sarebbe stata una libera scelta, eppure Caino, sebbene il Signore lo avesse messo in guardia, finì per cedere al desiderio di peccare…

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