In questo libro si espone il realismo di Aristotele: uno che colleziona le costituzioni delle città del suo tempo per scrivere di politica, uno che fa indagini sperimentali sugli animali e sulle piante per parlare della natura, uno che mette ordine con pazienza nei nostri ragionamenti, uno che cataloga i minerali o le forme della retorica con lo stesso rigore, uno che insegue tutte le varianti dell’agire umano, uno che volge gli occhi al cielo della metafisica, sentendo il peso del finito. Ebbene, uno così serve studiarlo a fondo, se ne converrà, come esempio di ricerca tanto speculativa quanto scientifica.

Ma Aristotele non è solo un insuperato Maestro di metodo. Egli insegna anche, anzi soprattutto, che la comune esperienza umana del mondo (ta physikà) chiede d’essere oltrepassata. Oltrepassata, se letta secondo un sapere – in ultima istanza – stabile o incontrovertibile (episteme). È infatti questo sapere che costringe a porre uno strato dell’essere che è metà ta physikà. Tanto i libri aristotelici di Metafisica quanto quelli di Fisica convergono su questo stesso risultato, preparato da una lunga ricerca che ha l’Accademia di Platone come luogo privilegiato di formazione intellettuale.

Purtroppo, episteme e metafisica sono anche le due grandi cifre aristoteliche che la letteratura critica del secolo scorso ha spesso sottovalutato o ignorato o ridotto a convinzioni giovanili del loro Autore. Queste cifre vengono invece qui riproposte nella loro centralità, sullo sfondo della dottrina dell’analogia dell’essere, geniale congedo di Aristotele dal platonismo.

I libri di metafisica

I libri raccolti sotto il titolo di Metafisica (Metà tà physikà) contengono un gruppo di indagini che Aristotele chiama in realtà “prote philosophia” (filosofia prima). Da tempo immemorabile vengono considerati come i libri più importanti di tutto il corpus dottrinale aristotelico, e buon diritto. Essi infatti contengono ciò che oggi viene solitamente chiamata “ontologia”, ossia una teoria intorno al senso dell’essere. Ora, una teoria intorno al senso dell’essere è una teoria della totalità, giacché l’essere è il nome più conveniente per indicare l’intera realtà. Oltre l’essere infatti non v’è che il nulla, cioè non vi è nulla. Dunque la scienza che prende ad oggetto la totalità dell’essere è a buon diritto la scienza più architettonica, e i libri relativi è giusto che vengano considerati come i libri teorici più importanti.

In che modo Aristotele affronta questa indagine? A quali risultati giunge? Per rispondere a queste domande dobbiamo naturalmente affrontare la struttura dei quattordici libri che compongono la Metafisica. Nell’affrontare questo tipo di indagini bisognerebbe però tener sempre presente quanto osserva Aristotele agli inizi del secondo libro, ossia che c’è un aspetto difficile della ricerca della verità, ed è quello che riguarda le cose che sono in sé le più evidenti: «Come gli occhi delle nottole si comportano nei confronti della luce del giorno, così anche l’intelligenza che è nella nostra anima si comporta nei confronti delle cose che, per natura loro, sono le più evidenti di tutte» (993b, 9). L’oggetto della metafisica, per via di questa difficoltà di visione, è un oggetto che è insieme afferrato e non dominato. Possiamo a volte dirne con il rigore che compete al sapere che non può essere smentito; dobbiamo a volte dirne con l’approssimazione del sapere analogico; qualche volta dobbiamo semplicemente ricorrere all’allusione o al rimando. L’oggetto della metafisica infatti è per definizione ciò che non può essere oggetto di definizione: l’essere in quanto è semplicemente tale.

Recensioni

202019lug2:00 pmAvvenire: L'Aristotele di Vigna, antidoto alle derive di oggidi Maurizio Schoepflin2:00 pm Avvenire, MilanoRassegna stampa:Studi aristotelici

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