Carmelo Colangelo

Carmelo Colangelo è professore di Filosofia morale presso l’Università di Salerno. Ha studiato la riflessione moderna sul tema del limite, la problematica dell’uguaglianza, la questione della tecnica, i rapporti tra filosofia e psicoanalisi. Tra i suoi volumi: Limite e melanconia. Kant, Heidegger, Blanchot (1998); Jean Starobinski. L’apprentissage du regard (2004); Uguaglianza immaginaria. Tocqueville, la specie, la democrazia (2008); La ragione che veglia. Maurice Blanchot (2015); Il testo del desiderio. Psicoanalisi e letteratura (con G. Alfano, 2018).

Nel 1984 Blanchot, riflettendo sulla figura dell’intellettuale e i compiti che storicamen­te questi si è assegnato, ha discusso alcune difficoltà connesse alla sua azione e alla sua stessa esistenza. Una di queste è «la deviazione di autorità» di cui egli rego­lar­mente ha fruito: «Lo scrittore, l’artista, lo scienziato deviano l’influenza che hanno acquisito, l’autorità che devono alla loro attività, per farle servire a scelte politiche, a opzioni morali. […] Poiché [un artista stimato] è, nella sua arte, eccellente, ci si attendono da lui, a proposito di qualsiasi argomento, dichiarazioni politiche o morali che devono alla sua fama di artista un valore e un’attenzione che non si possono definire eccessive, ma che mostrano che un cittadino non vale l’altro […] Probabilmente non c’è rimedio a questa difficoltà. Ma essa può essere attenuata se l’intellettuale riesce a far comprendere che lo è solo momentaneamente, e per una causa precisa, e che, per sostenere questa causa, non è che uno tra altri, con la speranza (fosse pure vana) di perdersi nell’oscurità di tutti e di raggiungere un anonimato che in quanto scrittore o artista è anche la sua aspirazione profonda e sempre smentita». Poco oltre Blanchot evoca la Dichiarazione, ne descrive lo schema di fondo e ricorda i rischi (la perdita dei diritti civili) a cui si esposero coloro che la firmarono spendendo «la loro piccola o grande fama per dire, seguendo altri, il giusto e l’ingiusto». Rischi che, però, aggiunge subito, non furono «abbastanza grandi da far dimenticare la deviazione di autorità da cui la loro iniziativa restava se non inficiata, almeno segnata». Queste osservazioni, in apparenza marginali, rinviano in realtà a una questione di sicuro rilievo. Nella misura in cui un atto politico intende farsi portatore della voce della specie inscritta nelle non-parole che, volta per volta, vengono da determinati uomini – che si tratta d’intendere rispettandoli per ciò che incarnano: l’irrimediabilmente lontano di un’espe­rien­za che in un modo o nell’altro depone la soggettività di chi la attraversa -, allora esso non può essere semplicemente l’attestazione del destino infelice di alcuni esseri, offerta da qualcuno che sia più fortunato, più colto, più lucido o più forte. Quell’atto politico, più radicalmente, deve consistere in una rivendicazione del fatto che con la situazione in cui sono caduti quegli uomini si consuma in effetti un’iniquità contro tutti. E però: in concreto, non è forse vero che proprio la “reputazione” e l’“autorità deviata” preservano da una simile iniquità coloro che parlano in quanto intellettuali? Quello che potremmo chia­ma­re il paradosso performativo di un simile atto politico è che chi sostiene: “la circostanza che colpisce questi determinati uomini, in quanto rinvia alla verità della specie, colpisce tutti”, in fondo, potendo dirlo senza pericoli eccessivi, in certo senso confuta la propria stessa affermazione, dimostra che alcuni uomini, alcuni cittadini, appunto “non valgono come gli altri”, che la giustizia sa essere più ingiusta nei confronti di alcuni e meno nei confronti di altri.

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