Carlo Molinar Min

Carlo Molinar Min ha conseguito il dottorato in filosofia presso l’Università degli studi di Torino. È cultore della materia – filosofia teoretica – presso il medesimo ateneo, ed è stato redattore della rivista scientifica Philosophy Kitchen. Si è occupato del rapporto tra filosofia trascendentale e questione dello spazio, a partire da alcuni autori di area francese (J. Derrida, G. Deleuze, G. Simondon, B. Stiegler). Attualmente lavora come docente nelle scuole superiori.

Il concetto di spazio costituisce probabilmente una delle più avvincenti e controverse sfide del pensiero filosofico occidentale. Il tentativo di tracciare una cronistoria accurata delle origini e degli sviluppi di questa nozione è venuto a configurarsi, mano a mano, come uno dei compiti più urgenti e impegnativi del lavoro filosofico contemporaneo. Non solo, nel quadro teorico generale di questa complessa impresa è possibile distinguere alcune strategie metodologiche rilevanti, contraddistinte, rispettivamente, da un differente bilanciamento tra il rigore della ricostruzione storica e l’azzardo della lavorazione concettuale.

La prima di queste opzioni vede impegnati gli storici della filosofia a ripercorrere, con la massima precisione filologica, la gestazione e le fasi di crescita di una nozione difficile da irreggimentare. Il senso di questa “storia delle idee” potrebbe essere definito in una certa misura archeologico, data la sua attenzione nei confronti delle origini e degli avanzamenti cronologici dei saperi. Oltre a guide all’orientamento sempre più dettagliate, frutto di una riproduzione fedele delle linee e degli snodi concettuali, l’archeologia genera visioni complessive, all’interno delle quali diviene lecito collocare i vari tasselli del puzzle epistemico. D’altra parte, non mancano però le controindicazioni, perlopiù legate alle ipertrofiche applicazioni di questo metodo. Come ci ha mostrato Nietzsche, l’eccesso di zelo può talvolta tradursi in fenomeni di conservazione monumentale, contraddistinti dall’individuazione di significati metastorici. Per quanto concerne ad esempio lo spazio, nell’atto stesso di avvicinarlo storicamente, prestando grande attenzione alle teorie e alle loro condizioni contingenti di formazione, non è raro osservare come una siffatta analisi sia in verità funzionale rispetto a un obiettivo ideale astoricamente presupposto: il concetto di spazio diventa un modello teorico dai tratti nitidi, perfettamente riconducibile alle proprie epoche di appartenenza e ai propri autori tutelari.

Vi è poi un’altra metodologia che, allentando la presa filologica e l’ambizione sistematica, si concentra con maggiore disinvoltura sulle problematiche teoriche, a partire da singoli autori e da specifici temi. La prospettiva cessa di essere panoramica. Per quanto concerne ad esempio la costellazione concettuale chiamata “spazio”, le nozioni di movimento, di tempo, di materia, di continuità e di discontinuità, il problema dell’infinito in atto e di quello potenziale fungono da coordinate e da punti di osservazione interni, appositamente selezionati per introdursi al meglio tra i gangli del problema. Questo punto di vista consta dunque di procedure meno statiche e unilaterali, almeno se confrontate con i metodi della rassegna storico-ricostruttiva: di un concetto vengono indagate le articolazioni interne, le componenti e le provenienze molteplici, gli usi e gli abusi, senza che l’operazione si pieghi alla necessità di rispettare, con pia reverenza, l’ordine storico degli accadimenti. Su questo versante la posta in gioco sarà pertanto teoretica e speculativa, più che storica; il risultato, genealogico e critico anziché archeologico.

Una terza modalità di lettura potrebbe, infine, essere definita ontologico-interpretativa. Si tratta qui di dotarsi di una o più definizioni di una determinata idea, legate a uno o più autori di riferimento, per costruire – senza eccessive restrizioni di metodo – l’impianto di un determinato concetto o di una specifica teoria. Rispetto al programma teleologico conservativo dell’archeologia più tradizionale, quest’ottica ne inverte il processo: se inizialmente si concepiva un’accezione monolitica e compatta dello spazio, punto di arrivo di un’indagine storica finalmente compiuta, ora è la stessa nozione di spazialità a essere composta e arrangiata, al fine di adattarsi a una realtà attuale in perenne mutamento. Questo concetto – lo spazio ad esempio – si trasformerà in un operatore concettuale ideato ad hoc per soddisfare le esigenze descrittive appena insorte; sopravvenute a fronte di nuovi ordini di fenomeni. Lo spazio si pluralizza e si stratifica: accanto ai più tradizionali modelli matematico-geometrici pensati come strutture immutabili per fenomeni fisici, subentrano così spazi biologici, psichici, sociali, culturali e artistici, a loro volta soggetti a perenni rielaborazioni. Lo spazio, in altre parole, rompe gli argini delle categorie del pensiero per proiettarsi nella direzione di una babelica proliferazione di luoghi “empirici”. Da quelli, letteralmente eterotopici, estranei e “inumani”, comuni tanto alle dimensioni impersonali del formalismo scientifico quanto ai mondi immaginari dell’arte e della letteratura, si arriva a quelli connotati in senso antropologico, notoriamente ad appannaggio delle scienze della cultura.

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