Al confine tra i più diversi ambiti del sapere e le più inquietanti emergenze dell’attualità, Caosmosi ci conduce al punto di contatto tra l’infinita apertura di possibilità – mentali, psichiche, estetiche, sociali – e la chiusura completa, totalitaria, cioè la prospettiva in cui i percorsi dell’esperienza sono preformati dai soggetti comunicativi di potere.
Fin dalla metà degli anni Ottanta, in polemica con l’imperante trionfalismo postmodernista, Guattari aveva iniziato a parlare di uno sbriciolamento del dominio mediatico e di una proliferazione di agenti collettivi di enunciazione. Ecco, l’attualità politica in questo libro sta anche qui: nell’aver immaginato un momento di esplosione del dominio mediatico oltre il quale il processo di enunciazione si espande incontrollabile, rovesciandosi in caosmosi.
Caosmosi è l’ultimo libro scritto da Félix Guattari. Esce nel 1992, l’anno della sua morte. Un anno prima era stato pubblicato Che cos’è la filosofia? (1991), un progetto di fatto del solo Deleuze ma uscito con la firma di entrambi. Si trattava, da parte di Deleuze, non solo di un gesto di amicizia nei confronti del compagno di avventure, che si trovava in un momento esistenzialmente assai difficile, ma anche del riconoscimento di come quel libro, al di là della materialità della sua stesura, si collocasse nello stesso spazio tensivo, nel “tra-due”, stabilito da AntiEdipo (1972) e la cui esplorazione era proseguita con Kafka. Per una letteratura minore (1975) e Mille piani (1980).
La figura di Guattari, in generale, è stata soggetta a una certa rimozione, anche riguardo alle opere scritte, insieme a Deleuze, che solitamente si dà per scontato appartengono prioritariamente a quest’ultimo. Si tratta di un pregiudizio in genere mai apertamente tematizzato ma assunto implicitamente, in base al quale quei libri sarebbero di Deleuze, per una bizzarria contingente firmati in due, e interni, senza soluzione di continuità, al processo di elaborazione della sua filosofia. Il contributo di Guattari, spesso, viene limitato all’avere fornito un accesso alle questioni psicanalitiche, fino a quel momento affrontate da Deleuze in termini tutto sommato marginali, e in un’intensificazione della sensibilità politica e militante. In realtà, le cose stanno altrimenti. In proposito si potrebbero richiamare le dichiarazioni dello stesso Deleuze, che in diverse occasioni ha puntualizzato come solo dopo l’incontro con Guattari il suo pensiero si sarebbe spostato da una dimensione che si muoveva, seppure in maniera eccentrica, nell’ambito della storia della filosofia verso la costruzione di una prospettiva originale. O, per usare le sue parole, dalla «descrizione di un esercizio del pensiero» al suo esercizio effettivo: «Ed ecco che, con Félix, tutto questo diventava possibile». In tempi più recenti, anche ricerche di carattere lessicografico, hanno evidenziato la cesura, in termini di occorrenze terminologiche e frequenze testuali, fra le opere di Deleuze precedenti e successive al lavoro con Guattari. In tal senso, ha poco senso distinguere ciò che spetta all’uno o all’altro, assumendo la logica cumulativa della sommatoria. Diversamente, nelle parole di Deleuze: «quel che contava per noi non era tanto il fatto di lavorare insieme, quanto questa strana condizione di lavorare in mezzo a noi due. Si cessava di essere “autore”. E questo spazio intermedio fra i due rimandava ad altra gente». Da questo punto di vista, si potrebbe osservare come Guattari rappresentasse il “fuori” necessario a Deleuze per innestare il divenire posto alla base delle invenzioni che da AntiEdipo arrivano a Che cos’è la filosofia? il flusso energetico e performativo, fatto di parole, cose, intensità, dal cui “rallentamento” diveniva possibile ritagliare la stabilizzazione precaria del concetto. Nelle parole di Deleuze, Guattari era lo scopritore di diamanti, mentre, per quanto lo riguardava, si riservava il ruolo del “tagliatore”.
(dall’Introduzione di Massimiliano Guareschi)