Fare cultura significa spiegare, non cancellare; interpretare, non riscrivere; argomentare, non zittire. Si può concepire l’inclusione senza la tolleranza, o il rispetto senza il senso della complessità? Si può accogliere l’altro mettendosi in rivolta contro se stessi e contro la propria cultura d’origine?

Contributi di: Sergio Belardinelli, Elena Colombetti, Giuseppe Ghini, Paolo Pagani, Antonio Petagine, Jordi Pujol

C’è un tratto che associo nitidamente al ricordo di quei professori che, già al Liceo, consideravo i più bravi. Per quanto tra loro potessero divergere a livello politico, culturale o religioso, li vedevo convergere su un messaggio di fondo: per loro, era essenziale dare agli studenti l’idea che quando ci si occupa di un qualche aspetto della cultura umana (la letteratura, la filosofia, l’arte, la storia), ci si trova sempre di fronte a qualcosa di complesso, che non può essere affrontato dando giudizi trancianti, semplificando troppo il quadro, riducendo tutto ad un solo aspetto, per quanto importante questo possa apparire a noi oggi. Da questi professori avevo sentito parlare per la prima volta di una sorta di «peccato», quello di «anacronismo», in cui si cadeva quando ci si lasciava dominare dal desiderio di trasporre la propria sensibilità su epoche cronologicamente lontane. Questo stesso atteggiamento ho ritrovato in molti miei docenti all’Università, certamente tra quelli di discipline storiche, ma non solo.

È così che questi docenti ci insegnavano il rispetto per gli altri e la libertà di pensiero. Non si trattava principalmente di farci oggetto di prediche sul rispetto, sull’inclusione, sulla necessità del pensiero critico. Per costoro, si trattava, semplicemente, di fare bene il proprio lavoro. C’è forse gioia più grande per un docente o per uno studioso, di quella di potere discutere liberamente di un tema, di un’opera, di un problema, potendone mostrare la complessità e la ricchezza delle interpretazioni possibili? L’Università non adempie forse alla propria missione più intima, quando offre agli studenti gli strumenti per sviluppare un pensiero critico, un pensiero libero?

[dall’Introduzione di Antonio Petagine]

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