Per la prima volta viene tradotto in italiano il corso che Bergson tenne nel 1898 all’École Normale Supérieure su La destinazione dell’uomo di Fichte. Una lettura diversa di Fichte che serve a Bergson per delineare i principi della propria filosofia. Da un lato, la riscoperta dell’io fichtiano che «non è semplice forma, ma potenza di creare e di produrre». Dall’altro, il riconoscimento che la filosofia di Fichte non è una filosofia della coscienza soggettiva, ma piuttosto la proposta di un rapporto fra l’assoluto e la coscienza, fra l’atto puro impersonale e l’atto soggettivo. Ed è proprio tale rapporto che Bergson rifiuta puntualmente: l’intuizione bergsoniana, diversamente da quella fichtiana, è accesso alle profondità dell’Essere mediante una totale dissoluzione dell’intelligenza nell’oceano della vita.
Per cogliere la destinazione dell’uomo, dunque, non c’è bisogno di «costruzione». È la natura stessa ad avervi provveduto con un criterio evidente: la gioia.
Il corso per l’“agrégation” che Bergson dedicò a Fichte nel 1898 all’École Normale supérieure doveva vertere inizialmente sulla sola Destinazione dell’uomo, inserita nel programma del concorso. Come si vedrà, l’esposizione bergsoniana finisce però coll’abbracciare ampiamente l’opera fichtiana.
Come in uno di quei «punti luminosi» della memoria di cui parla Materia e memoria, Bergson condensa, nel 1907, l’ampia conoscenza di Fichte, nel famoso enunciato del capitolo III di L’evoluzione creatrice: «Fichte assume il pensiero allo stato di concentrazione e lo dilata poi nella realtà». Non v’è dubbio che il filosofo francese abbia voluto in tal modo comunicare «l’immagine mediatrice del sistema» fichtiano. Va notato che l’immagine si lega strettamente a quella attraverso cui Bergson introdurrà alla filosofia di Spinoza: «… il sentimento di una coincidenza tra l’atto, attraverso il quale il nostro spirito conosce perfettamente la verità, e l’operazione con la quale Dio lo genera. È l’idea secondo cui la “conversione” degli Alessandrini, quando diviene completa, fa tutt’uno con la loro “processione”; analogamente l’uomo, uscito dalla divinità, quando rientra in essa, percepisce un movimento unico, là dove aveva inizialmente percepito due movimenti contrari, di andata e di ritorno».
Come è evidente, si tratta, in entrambi i casi, di articolare due movimenti: da una parte, un movimento di riduzione (di concentrazione) o di ritorno (di conversione) dal diverso all’unità di un principio; dall’altra, un movimento opposto di dispiegamento o di generazione (di processione) del diverso a partire da quella stessa unità. Ora, secondo Bergson, il movimento della conversione fichtiana non è concentrazione e raccoglimento nell’origine, ma compressione nell’unità semplice di un principio – l’io –, nel quale viene retroproiettato tutto ciò che in seguito si pretenderà di ricavarne nel secondo movimento: «… si torchia l’intelligenza, la si riporta alla sua quintessenza, la si comprime in un principio così semplice che si potrebbe crederlo vuoto: da questo principio si ricava poi ciò che vi era stato introdotto in potenza».
Come a dire che la “conversione” e la “processione” fichtiane sono per Bergson soltanto un simulacro di conversione e di processione (e il fichtismo un «alessandrinismo» simulato): da una parte, l’intelligenza fa ritorno solo a se stessa (non al suo principio trascendente); dall’altra, non essendo il principio della Dottrina della scienza (l’io), unità e semplicità assoluta, l’Uno, il Semplice, ma l’unità e la semplicità di un compresso, la derivazione a partire da questo principio può consistere solo in una dilatazione, in una estensione dello stesso e non in una autentica generazione.
L’evoluzione creatrice sembra, da questo punto di vista, confermare l’insegnamento del 1898. Leggiamo in effetti, nel corso dell’École Normale supérieure, che la dottrina della scienza parte «dall’intelligenza», «dall’“Io penso”», dalla «coincidenza del pensante e del pensato», per passare da lì, attraverso una deduzione «unilineare», «attraverso una visione continua […] senza che vi sia mai separazione netta» al «diverso della sensibilità», vale a dire «al reale». Tuttavia, leggendo con più attenzione, vediamo anche sorgere un secondo Fichte, molto diverso da quello de L’evoluzione creatrice. Rinviando alla quarta lezione di Rendiconto chiaro come il sole, Bergson sottolinea anche che l’io da cui parte la Dottrina della scienza, in quanto è identità del soggetto e dell’oggetto della coscienza, non è «l’io della coscienza reale», ma «atto puro». Sicché, «l’io puro dato in un’intuizione intellettuale [non è] l’io che troviamo nell’Ich bin Ich», ma un io «superiore alla coscienza», «un io che va oltre quello della coscienza chiara individualizzata». E in effetti, in quanto l’io è identità del soggetto e dell’oggetto, «identità che non è né soggetto né oggetto», io non posso divenirne consapevole – perché la coscienza nasce dalla distinzione del soggetto e dell’oggetto.
[Dalla Presentazione di Jean-Christophe Goddard]