Ermanno Bencivenga, Il pensiero come stile. Protagonisti della filosofia italiana

In questo libro Ermanno Bencivenga denuncia la nostra condizione di colonia culturale, nella quale, tra la deferenza rivolta a presunte straniere autorità e il patetico tentativo di scimmiottarle, non siamo più in grado di capire e apprezzare la magnifica tradizione italiana. Presto però abbandona le proteste e si rivolge a quel caratteristico, ammirevole modo di pensare, che intreccia logica e immaginazione, filosofia e letteratura: alle ardite, azzeccate metafore di Dante, al coraggio intellettuale e morale di Machiavelli, agli eroici furori di Bruno, alla vena narrativa e dialogica di Galileo. A quel “bello stile” in cui i grandi del nostro passato hanno condotto il gioco mentale, l’operazione ludica e destabilizzante della filosofia.

Anche Giambattista Vico è autore di una “scienza nuova”; ma, come il Sacro Romano Impero non era né sacro né romano né tanto meno un impero, non è affatto chiaro in che cosa consista la novità della sua disciplina né se sia legittimo chiamarla una scienza. In apertura dell’opera omonima, Vico giustifica questa denominazione nel modo seguente: «qui la filosofia si pone ad esaminare la filologia (o sia la dottrina di tutte le cose le quali dipendono dall’umano arbitrio, come sono tutte le storie delle lingue, de’ costumi e de’ fatti così della pace come della guerra de’ popoli), la quale, per la di lei deplorata oscurezza delle cagioni e quasi infinita varietà degli effetti, ha ella avuto quasi un orrore di ragionarne; e la riduce in forma di scienza, col discovrirvi il disegno di una storia ideal eterna, sopra la quale corrono in tempo le storie di tutte le nazioni» (371). Cioè: (1) la sua scienza è nuova perché si occupa del mondo umano, per il quale finora filosofi e scienziati hanno mostrato scarso interesse; e (2) è una scienza perché in tale mondo umano ha portato alla luce «il disegno di una storia ideal eterna». Si tratta però di affermazioni di notevole «oscurezza», considerando l’effettivo procedere di Vico. I suoi dati sono esclusivamente fonti letterarie, di cui egli fornisce interpretazioni spesso fantasiose; il disegno ideale che ne trae ha un carattere in apparenza mitologico, non dissimile dalle antiche leggende di una successione (per esempio) di età dell’oro, dell’argento, del bronzo e del ferro. In che senso tutto questo è nuovo, e soprattutto in che senso può considerarsi scientifico? Dobbiamo forse aspettarci che antropologi e sociologi lo prendano oggi a modello per le proprie indagini? La risposta alla seconda domanda, per me, è “Sì”; per motivarla, dovrò rispondere dettagliatamente alla prima, spiegando fra l’altro che la scienza vichiana è tuttora nuova, perché è tuttora vero che quel che passa per scientifico in ambito sociale o umano si situa al di qua del rinnovamento che Vico aveva intuito e proposto nel concetto stesso di scienza.

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