Ermanno Bencivenga è convinto che la cifra distintiva della grande tradizione filosofica italiana sia quella d’un pensiero che si sostanzia attraverso lo stile, onde non a caso i suoi protagonisti sono spesso di classificazione incerta tra filosofia e letteratura, o anche arte. In questa sua seconda scorribanda nel territorio della tradizione scava nei codici di Leonardo, nelle prediche di Savonarola, nelle storie di Guicciardini, nel celebre pamphlet di Beccaria come nelle sue migliaia di atti di governo, nel tormentato rapporto di Manzoni con il suo romanzo e le sue tragedie, nello spirito in azione di Gentile, nello storicismo assoluto di Gramsci, nel barocchismo di Gadda, nel mondo incerto e probabilista di de Finetti, nelle testimonianze di Primo Levi. Attento in ogni caso a ogni riga dei loro scritti, per diventare, nelle sue parole, «un ventriloquo per la loro voce, un rabdomante per le loro sorgenti nascoste, uno sciamano per il loro spirito».
Antonio Gramsci è stato il più grande pensatore politico italiano dopo Machiavelli, con il quale peraltro ha mantenuto un dialogo costante. La sua analisi del concetto di egemonia, cioè del primato intellettuale e morale che una classe deve esercitare se vuole essere dirigente oltre che dominante, e così utilizzare in modo più efficace e duraturo il dominio che le è conferito dalla pura e semplice forza, lo situa da protagonista in un mondo contemporaneo in cui il controllo delle fonti d’informazione e intrattenimento è importante come e più di quello di bombe e missili.
L’attenzione da lui rivolta agli intellettuali, all’immensa varietà della loro presenza (non limitata ad alcune figure paradigmatiche ma aperta a ogni genere di sfumature – «io estendo molto la nozione di intellettuale e non mi limito alla nozione corrente che si riferisce ai grandi intellettuali», L637) e alla loro funzionalità per diversi progetti politici («non esiste una classe indipendente di intellettuali, ma ogni classe ha i suoi intellettuali», Q42) ci permette di capire il ruolo di sceneggiatori televisivi e agenti pubblicitari, di influencers e opinionisti.
La sua capacità di andare oltre Marx e il suo mito, contraddicendo un’ammirazione di facciata («Marx inizia intellettualmente un’età storica che durerà probabilmente dei secoli», Q882, e perfino «Marx è il più grande libertario apparso nella storia del genere umano», SIII14) ed evidenziandone il legame dialettico (quindi anche di superamento) con passato e futuro, ha permesso al marxismo del XX secolo, e permette a odierni movimenti progressisti che gli sono più o meno affini, di svecchiare la propria ideologia e adattarsi a nuove sfide: «I bolscevichi rinnegano Carlo Marx, affermano con la testimonianza dell’azione esplicata, delle conquiste realizzate, che i canoni del materialismo storico non sono così ferrei come si potrebbe pensare e si è pensato. Eppure c’è una fatalità anche in questi avvenimenti, e se i bolscevichi rinnegano alcune affermazioni del Capitale, non ne rinnegano il pensiero immanente, vivificatore. Essi non sono “marxisti”, ecco tutto; non hanno compilato sulle opere del Maestro una dottrina esteriore, di affermazioni dogmatiche e indiscutibili. Vivono il pensiero marxista, quello che non muore mai, che è la continuazione del pensiero idealistico italiano e tedesco, e che in Marx si era contaminato di incrostazioni positivistiche e naturalistiche» (SI53).