Barbara Grüning

Barbara Grüning è professoressa associata in sociologia presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca. Di recente ha pubblicato, con Marco Santoro, il volume Cultura e Società. Concetti, modelli, questioni (Roma 2024). I suoi interessi di ricerca spaziano dalla sociologia delle scienze sociali, alla sociologia dello spazio, la sociologia del corpo fino ai comics studies.

Quando iniziai la ricerca non avevo idea se e in che modo avrei dovuto esplicitare la mia esperienza pregressa con l’anoressia. Cercai dei lavori auto-etnografici per orientarmi, ma trovai due soli articoli.

La Holmes (2016), teorica femminista e studiosa di media, aveva deciso di usare la sua esperienza come contrappunto alla letteratura scientifica esistente. Da un lato, la sua critica era rivolta alle colleghe femministe che, nel trattare dell’anoressia, non tenevano conto delle voci di chi ne ha sofferto. Da qui derivavano, secondo Holmes, ulteriori quattro aspetti di debolezza della loro analisi: l’assumere una comunanza dell’esperienza anoressica tra tutte le donne; l’iscrivere nel «corpo anoressico» dei significati politici, suggerendo implicitamente, come nel caso della Bordo, che «l’anoressica è certamente inconsapevole di star facendo un’affermazione politica» (TdA, Bordo, 1993, p. 159); il considerare, in conseguenza di ciò, «l’identità anoressica» il risultato di «un’esistenza delusa» e surrogato di un modo più autentico di essere politicamente femminista; e, infine, l’eccesiva enfasi data ai media nel diffondere una conoscenza sui disturbi del comportamento alimentare. Dall’altro lato, criticava anche una lettura psichiatrica dei DCA, in particolare quella della Bruch (1978) che, nel definire il prototipo di famiglia delle ragazze con anoressia, lasciava poco spazio all’influenza delle dinamiche di genere all’interno della società. Detto ciò, riteneva che entrambe le arene, femminista e psichiatrica, pur differendo nel loro intento politico, rappresentavano il soggetto con anoressia come mancante di individualità e autonomia.

Vi era un ulteriore passaggio della sua analisi che mi sembrava degno di nota, benché la Holmes vi dedicasse solo alcune righe in conclusione. Pur non discreditando l’idea chiave di molte teoriche femministe, secondo cui l’autorità medica esercita un controllo corpo e la mente dei soggetti con anoressia attraverso il proprio sapere professionale, come ex-paziente riconosceva la finalità curativa del trattamento medico. D’altra parte, però, attribuiva la sua capacità di recupero meno alle cure cliniche e più alla compagnia delle donne incontrate durante i ricoveri ospedalieri.

La sociologa O’Connell (2023) struttura il suo articolo intorno alla «esperienza della sua diagnosi», a come, cioè, l’essere certificati come anoressici modifichi la percezione del sé. Il suo intento, pertanto, non era raccontare la verità di quanto accadutole, ma dar senso al suo vissuto, nel timore che altri potessero sottrarle la sua esperienza. Nel descrivere il passaggio di status da «soggetto anoressico che si affama» a «soggetto anoressico coinvolto in delle attività cliniche», la sua riflessione ruota intorno a tre questioni: il rileggere le proprie esperienze, anche quelle un tempo considerate «normali», come «anoressiche»; il prendere consapevolezza dei propri «comportamenti anoressici» attraverso le regole dell’ospedale; e l’identificarsi progressivamente con il «ruolo di anoressica», rifiutando le cure e riconoscendosi nella categoria di «malata».

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