Autonomia, vulnerabilità, cura. Lo spazio della libertà tra passato e futuro

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Nessuno è libero da solo. La libertà non è la prerogativa di chi si presume compiuto e non vede l’altro, ma la possibilità concreta, per ciascuno, di essere visto, ascoltato, curato senza doverlo chiedere come un privilegio. Attorno a questa convinzione si raccolgono voci distinte per prospettiva e competenza: filosofica e bioetica, clinica, sociologica, informatica, giornalistica.

La vulnerabilità dismette i panni della minorità accidentale e si riconosce come cifra costitutiva della condizione umana, varco per cui l’interdipendenza acquista senso; l’autonomia, che un individualismo neoliberale sfigura in indipendenza atomistica e un paternalismo di ritorno vorrebbe contrapporre alla fragilità, si rivela conquista relazionale, che si realizza entro legami e istituzioni capaci di rispondere. La cura si fa alleanza e chiede di diventare norma condivisa. È virtù antica, che per molti ha nome amore; la Costituzione, risignificandone la forza umanizzante e civilizzatrice, l’ha resa dovere di tutti, solidarietà inderogabile.

È su questo terreno che la responsabilità si misura con gli scenari più urgenti del presente: l’intelligenza artificiale in medicina e la posta del libero arbitrio, le asimmetrie di una salute digitale globale, i corpi che le politiche migratorie e la detenzione espongono alla disuguaglianza, i percorsi di affermazione di genere, la salute di comunità come spazio di prossimità ed equità. Perché ciò che è carità del singolo possa essere, per tutti, giustizia.

Introduzione di Emilia D’Antuono e Francesco Miano. Il volume raccoglie gli esiti del convegno  promosso dal Seminario permanente Etica, Bioetica, Cittadinanza dell’Università di Napoli Federico II  dall’Associazione omonima  e dal  Centro Interuniversitario di Ricerca Bioetica (CIRB).

Contributi di: Fabrizia Abbate, Francesco Amato, Biagio Aragona, Gianluca Attademo, Carmelo Colangelo, Emilia D’Antuono, Francesca Margherita De Falco, Christiancarmine Esposito, Alessia Maccaro, Piero Meucci, Emilia Taglialatela, Francesca Torricelli, Paolo Valerio

Vi sono cose che la riflessione depositata in saggi può soltanto avvicinare per approssimazioni successive, e che la letteratura invece coglie d’un tratto, in poche righe. È ciò che accade in questo confronto tra una contadina miserrima e un carabiniere – rappresentante di poteri lontani e paurosi nell’immaginario dei più umili e dei più vessati – in una pagina di Ignazio Silone, dove i grandi temi che percorrono il nostro volume, la vulnerabilità, la cura, l’autonomia come spazio di libertà, si trovano già annodati in un dialogo di essenzialità quasi biblica.

Questa pagina non dimostra né riassume quei temi, e tuttavia ne lascia risuonare qualcosa per vie proprie, quasi al di sotto dell’argomentazione, evocando una dimensione dell’umano disegnata da un modo di porsi nel mondo e di fronte all’altro. Non la forma dell’homo homini lupus e dell’inimicizia, ma quella dell’amore, che Caterina, creatura dell’universo contadino, vive semplicemente come carità, e che le istituzioni democratiche, per cui Silone ha lottato, hanno declinato come solidarietà, con tutto il peso che la Costituzione italiana ha conferito a questa parola.

Caterina non comprende le domande del carabiniere: non per l’ignoranza a cui pure è stata condannata, ma perché si muove in un ordine a cui quelle domande restano estranee. La sua interiorità, aperta dal comandamento d’amore, è divenuta sapienza di una verità a cui lei si attiene. Non applica un principio, non delibera secondo una regola: si trova prossima a un uomo che ha fame, e questa prossimità stessa – non un calcolo, non una dottrina – genera l’atto, prima e indipendentemente da ogni valutazione. Fare la carità non può essere colpa, perché con un essere umano la relazione che conta è quella immediata, che nasce dal “vederlo” per ciò che è e dal rispondere alla sua domanda.

Colpa lo diventa soltanto quando lo sguardo di chi pretende di giudicare vi introduce l’interesse, la ragion di stato, il calcolo su chi meriti o no la propria umanità. È la tracotanza del potere, non il pane spezzato, a stravolgere il volto della carità mutandola in delitto: a imporle, cioè, il tempo della storia, mentre essa vive soltanto nel presente di chi la compie.

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