Pensare l’anima nei termini di un regno minerale è il solo modo di cui dispone l’immaginazione metapsicologica per riconoscere la sua realtà letteralmente metafisica. E in tali circostanze la lettura del fossile è la sola conoscenza possibile del punto di vista della regressione, della memoria dell’anima. (Pierre Fédida)

La scrittura automatica è per Picasso l’esercizio dello scrivere il reale in ogni istante, è un fare del linguaggio a sua volta cosa reale. (Elio Grazioli)

La macchina è eccentrica al fatto soggettivo. Si colloca in uno scarto rispetto all’io, è a lato o persino dal lato del soggetto dell’inconscio. È l’istanza trasversale che porta le espressioni dell’inconscio. Espressioni non personali, capaci di esprimere contenuti anche del sociale. (Stefan Kristensen)

Saggi di: Matteo Bonazzi, Alessandro Foladori, Elio Grazioli, Stefan Kristensen, Federico Leoni, Franco Lolli, Riccardo Panattoni, Igor Pelgreffi, Gianluca Solla, Marco Tabacchini, Nicola Turrini

Sul Ritornello. Automa e territorio esistenziale

Non sembra essere possibile discutere del concetto di autòmaton, in uno studio che prenda in considerazione le convergenze tra filosofia e psicoanalisi, senza soffermarsi sull’uso che di questo concetto fa Jacques Lacan. E tuttavia tale operazione, almeno dal punto di vista testuale, complica la questione, piuttosto che dirimerla. Lacan, nell’undicesimo libro de Il Seminario, sembra limitarsi a evocare l’autòmaton, afferirgli un luogo di estrema importanza nell’economia dei quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (segnatamente quello della ripetizione), per poi spostarsi subito però al concetto di tyche e di incontro mancato. L’autòmaton ne emerge come la condizione quasi-negativa per l’avvento della tyche, se il primo garantisce la ripetizione dei segni e delle fissazioni a cui ci destina il principio di piacere, la seconda è ciò che può fare irruzione in una simile tessitura ripetitiva come trauma dell’incontro con il Reale. Ma tale incontro non potrebbe avvenire se la ripetizione non esistesse, e quella tessitura verrà disgregata e riorganizzata dall’incontro stesso. È quindi un gioco reciproco di cause ed effetti inassegnabili, da cui emerge l’oggetto a come termine ambiguo della mediazione tra i due poli: da un lato oggetto del desiderio come ogni altro; dall’altro di gran lunga più pericoloso per i suoi effetti di risoggettivazione. Sembra quindi necessario, a partire da questo sorvolo preliminare, cercare di raccogliere e far interagire altri autori per provare a generare un entratura e una lente interpretativa in grado di rendere conto del concetto di autòmaton, cioè del posto e della funzione di qualcosa che si possa chiamare “automa”, degli automatismi quindi, all’interno dei processi di soggettivazione. Per fare ciò è meglio tornare indietro e provare a stabilire un quadro genealogico per quanto approssimativo del senso di tale termine.

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