Karl Jaspers, Autobiografia filosofica

In Autobiografia filosofica, Karl Jaspers ripercorre il proprio itinerario intellettuale e umano, mostrando come la filosofia nasca inseparabilmente dall’esperienza vissuta. Lontano da ogni autobiografismo aneddotico, questo testo offre una riflessione rigorosa sul rapporto tra vita, pensiero e responsabilità, restituendo il senso di una ricerca filosofica condotta sotto il segno della libertà e del rigore morale. Attraverso il racconto della sua formazione scientifica, dell’attività nella clinica psichiatrica di Heidelberg e del progressivo approdo alla filosofia dell’esistenza, Jaspers chiarisce le condizioni storiche e personali da cui sono scaturite alcune delle sue opere fondamentali, dalla Psicopatologia generale alla Psicologia delle visioni del mondo. Sullo sfondo, emerge con forza la prova del Novecento: l’emarginazione accademica sotto il regime nazionalsocialista, l’esperienza della solitudine, la riflessione critica sul destino della Germania e sulla responsabilità intellettuale.

Dal 1908 al ’15 lavorai nella Clinica psichiatrica di Heidelberg, prima, appena sostenuto l’esame di Stato, come praticante medico, poi, dopo sei mesi d’interruzione, impiegati a perfezionarmi nella Sezione neurologica della Clinica interna, quale assistente volontario per la ricerca scientifica. Furono nella mia vita gli unici anni che abbia passato in mezzo agli studiosi davanti a compiti pratici quotidiani. Le toccanti realtà non erano soltanto di natura medica, ma anche sociologica, giuridica, pedagogico-terapeutica.

La Clinica era diretta da Franz Nissl. Eccellente studioso di istologia cerebrale, scopri insieme con Alzheimer lo specifico reperto istologico nella corteccia cerebrale dei paralitici. Ma la più grande impressione mi faceva la sua autocritica. Egli lavorava, è vero, con temerarie speranze nelle possibilità scientifiche offerte dalla conoscenza dei malati di mente, ma nel tener conto di ciò che non concordava con le sue aspettative, era incorruttibile. In questi casi si stupiva, ma lui stesso dava alla cosa maggior rilievo di quanto non le dessero i suoi critici: così fece, ad esempio, quando notò che non c’era alcuna correlazione tra la gravità della demenza senile e la mole delle abnormi condizioni della corteccia cerebrale. Egli aveva preso le mosse dal principio vigente dopo Griesinger: malattie mentali sono malattie del cervello. Partendo da questo presupposto fece notevoli scoperte, ma ad un tempo minò la validità universale della tesi. Mentre chiariva metodicamente i reperti, avvertiva il limite della loro importanza. Quando divenne capo della Clinica era specialista in istologia, ma non affatto pratico di psichiatria clinica. Diede però la prova che un uomo, quando sia veramente dotto e abbia fatto indagini scientificamente feconde, è in grado di afferrare rapidamente in tutti i campi il nucleo scientificamente essenziale. Le sue lezioni cliniche, legate da principio al manuale di Kraepelin, divennero di anno in anno più libere e originali. Egli imparava dai suoi assistenti ed era forse superiore a tutti noi nella sua rettitudine di umano osservatore della realtà. Le discussioni coi suoi assistenti avvenivano a uguale livello con fondamentale spregiudicatezza. Se nella discussione ci si accalorava, si rimaneva sempre entro i limiti della buona educazione. L’autorità di Nissl era inviolabile in virtù della sua personalità e non solo per la carica che rivestiva. Quel dotto era di un’immensa bontà con gli ammalati e con gli assistenti, aspro nelle forme, iracondo per temperamento, enormemente coscienzioso e riflessivo prima di agire. Da lui emanava un’atmosfera di calore e benevolenza. E dire che era molto sofferente, infinitamente modesto, tutto compreso della caducità umana.

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