La nozione di “esercizio” è il nodo centrale della teoria antropologica. Attraverso un confronto con la filosofia di Epitteto, la natura umana è presentata nel testo come capace di elaborare ipotesi su di sé e costretta a immaginare luoghi di allenamento per tali ipotesi. La vita umana valuta se stessa poiché il soggetto, vivendo, inciampa nella doppia domanda: Cosa posso fare della vita? Come devo vivere? In altre parole, perché non sa come usare questa vita e le sue facoltà. La lettura critica del Manuale e delle Diatribe segue l’intreccio tra antropologia e filosofia del linguaggio sviluppato da Tugendhat, la nozione di cura di sé elaborata da Foucault nei corsi dedicati all’ermeneutica del soggetto e al governo di sé e l’antropotecnica elaborata da Sloterdijk. In questo quadro il soggetto umano si costituisce a partire dall’esperienza di una vita indisciplinata e che sfugge al controllo. La vita del soggetto non è, dunque, solo un insieme di esercizi, usi e progetti, di “io devo” e di “io voglio” che mantengono il controllo, ma è anche un’apertura al vuoto della contingenza e della fortuna. Partendo da queste premesse l’autore propone un’interpretazione dell’esercizio filosofico, inteso come un continuo tentativo di prendere confidenza con la distanza che separa “progetto” e “vita”, uno scarto che produce effetti e accompagna ogni singola biografia. Un prendersi cura della distanza da sé, lasciando cadere lo sforzo di poterla, in qualche modo, colmare.

Parlare a sé ed esercitarsi

È solo all’interno del linguaggio che l’essere umano accede a una forma specifica di relazione con sé stesso segnata dalla capacità di auto-attivarsi, cioè di generare discorsivamente i moventi argomentativi ed emotivi che sorreggono l’agire e lo guidano anche quando non vi è alcuna sensazione a motivarlo. Ed è sempre dall’interno dei giochi di discorso di tipo descrittivo e valutativo che l’essere umano fa esperienza di sé come di una vita che non è in grado di usare con correttezza ed efficacia le sue facoltà, come una vita che presenta campi di indisciplina, di imprevedibilità e di indisponibilità al controllo. L’esercizio di sé dunque è quel campo di relazione con sé stessi in cui la scissione interna alla vita tra ciò che è e ciò che immagina di essere viene sperimentata e messa alla prova, in cui si prende confidenza con essa, parlando con essa. Usiamo l’espressione “immaginare di essere” in un senso ambivalente in quanto l’immaginazione per l’essere umano è, anche, ciò che strappa dal presente e fa vivere distante da esso, in un piano, appunto, virtuale. L’immaginazione è letteralmente ciò che occulta all’essere umano il suo presente e questa messa in ombra dl presente può prodursi proprio perché la facoltà di immaginare specificamente umana lavora su una base discorsiva. Solo l’essere umano può distorcere su base immaginativa il suo presente emotivo, fisico e relazionale così da non sapere letteralmente in che condizione si trova. Eppure, contemporaneamente, è solo perché parlando può porre davanti a sé dei propositi solo immaginati che egli può scorgere pratiche che lo mettono a confronto con il suo presente e che indicano vie di modificazione del presente.

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