André Breton, Arcano 17

Sotto un cielo in cui brillano otto stelle una fanciulla inginocchiata in riva a uno stagno sta versando acqua da due anfore rispettivamente d’oro e d’argento. A destra della fanciulla, un ramo d’acacia, a sinistra una rosa sulla quale si è posata una farfalla. La carta che presenta questi tratti è l’Arcano 17. Esso segna, nel percorso iniziatico, la prima tappa dell’illuminazione mistica. Ma rappresenta anche la Donna consolatrice, emblema della speranza, che risolleva l’uomo in preda alle sofferenze terrene. La costruzione analogica di Arcano 17, nella sua ricchissima trama intertestuale, si configura come una chiamata a raccolta di luoghi, stagioni, vegetali, animali, minerali, colori, riferimenti mitologici, letterari, filosofici, storici, biblici che vanno a formare altrettanti anelli di una catena destinata a dare corpo al potente racconto lirico in prosa di André Breton.

Di Iside, che ha promesso all’Asino d’oro di restituirgli la forma umana, Apuleio dice splendidamente che «si ritrasse in se stessa».

Scrivevo nel 1933: «la percezione e la rappresentazione mentale – che all’adulto sembrano contrapporsi in maniera così radicale – non sono da considerare che i prodotti di dissociazione di una facoltà unica, originaria… di cui si trovano tracce nei primitivi e nei bambini. Questo stato di grazia, tutti coloro che hanno a cuore la vera condizione umana, più o meno confusamente aspirano a ritrovarlo… Si può lavorare, sistematicamente, al sicuro da ogni delirio, perché la distinzione tra soggettivo e oggettivo perda di necessità e di valore». La ricerca di un tale “stato di grazia” alla quale è assegnato alla fine del testo il termine estasi (Teresa d’Ávila, i medium) ha continuato, da allora, ad apparirmi come il supremo ricorso contro una vita che è priva di significato fin tanto che rimane asservita a una concezione del mondo snaturato. Tuttavia, come molti altri, è in uno slancio intuitivo che ho optato, in amore, per la forma passionale ed esclusiva, la quale tende a proibire intorno a sé quanto può essere imputato al compromesso, al capriccio e allo sbandamento. So che una simile concezione è potuta apparire ristretta e arbitrariamente limitativa e mi sono preoccupato a lungo di trovare validi argomenti per difenderla, quando accadeva che si scontrasse con quella degli scettici o dei libertini più o meno dichiarati. Cosa sorprendente, ho potuto verificare a posteriori che la maggior parte dei dissidi sopravvenuti nel surrealismo, pur avendo preso a pretesto le divergenze politiche, sono stati sopradeterminati, non, come è stato insinuato, da questioni personali, ma da un disaccordo irriducibile a tale proposito. Era in causa – anche se a volte lo dimenticavamo mentre su un certo piano percorrevamo la stessa strada – l’allontanamento crescente che su un altro piano rischiava di prodursi tra noi, nel corso delle nostre esistenze. Questo “stato di grazia”, a seconda che si scelga in partenza di ricercarlo attraverso il percorso arduo e accidentato che gli è proprio o che si preferiscano invece – senza chiedersi dove portano – i sentieri piacevolmente ombreggiati, resta infatti il grande discriminatore e il grande regolatore delle sorti umane. A coloro che, una volta per tutte, hanno puntato su di esso o contro di esso non permette di ricredersi. «L’amore, dice Michelet, è altissimo e nobile nella donna, che vi mette in gioco la sua vita». Nulla potrà a lungo unire in una reciproca comprensione l’uomo che nell’amore mette in gioco altrettanto e l’uomo che rifiuta di farlo. Questo stato di grazia, affermo oggi con piena certezza che risulta dalla conciliazione in un solo essere di tutto quanto ci si può aspettare dall’esterno e dall’interno: esiste dall’istante unico in cui nell’atto d’amore l’esaltazione al culmine del piacere sensuale non si distingue più dalla realizzazione folgorante di tutte le aspirazioni dello spirito. Tutto ciò che resta al di qua non può in nessun modo ambire al nome di amore ma appartiene a una indulgenza deteriore verso quanto noi surrealisti ci siamo proposti di combattere, e lascia presagire una abdicazione spirituale che non può tardare a manifestarsi in tutti i suoi aspetti. Affermo che la riconciliazione tra percezione fisica e rappresentazione mentale è un obiettivo unitario e che non è pensabile lesinare, nel campo dell’amore, ciò che si è pronti a riconoscere nel campo dell’espressione. Nella misura in cui il surrealismo non esita a criticare senza riguardi la poesia o la pittura che continuano, ai giorni nostri, a fondarsi sulle pure risorse sensoriali o intellettuali, è tenuto a mostrarsi altrettanto severo verso se stesso per una frivolezza così irreparabile. L’atteggiamento surrealista non può essere che il medesimo nei due casi. L’atto dimore, proprio come il quadro o la poesia, si squalifica se non suppone da parte di colui che vi si dedica uno stato di trance.

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