Jacques Derrida, Aporie

Aporie. Morire – attendersi (a)i «limiti della verità»: così Derrida ha intitolato la relazione tenuta il 15 luglio 1992 nel corso di una delle celebri “decadi”, le conferenze di dieci giorni che dal 1952 hanno luogo presso il castello di Cerisy-la-Salle, in Normandia. La conferenza aveva per tema generale il passaggio dei confini, questione dalla quale il filosofo francese trae innumerevoli linee di fuga, le une intrecciate alle altre in un geroglifico la cui decifrazione chiama a testimonianza, in quest’occasione più che altrove, la singolarità del lettore. Perché passare il confine significa innanzitutto passare il limite che separa la vita dalla morte, e la morte è sempre “la mia morte”. Ma è possibile pronunciare l’espressione “la mia morte”? Si può parlare, dall’al di qua della vita, dell’al di là della morte? O, forse, non possiamo che sostare presso questo confine che la parola non potrà in alcun modo valicare? Assumendo la morte come esempio privilegiato, e confrontandosi dapprima con l’opera di alcuni antropologi della morte francesi, poi con l’inaggirabile definizione della morte che domina i paragrafi centrali di Essere e tempo, la riflessione di Derrida mira a destabilizzare proprio le nozioni di confine, limite, frontiera. Tracciata e ritracciata a seconda dei differenti ambiti del pensiero, delle compagini concettuali e delle appartenenze culturali, la linea che separa la vita dalla morte si sfrangia e si aggroviglia in una treccia inestricabile. Ecco, allora, l’aporia: l’impossibilità di varcare un limite, perché il limite stesso risulta sfuggente, infine indeterminabile.

Morire, passare un confine, superare un limite. Ciascuna di queste esperienze ha a che fare con una determinazione grafica – una linea – e con una postura dinamica – un passo. C’è una linea, un limite, una soglia o un tracciato, e c’è un movimento che consente di passare oltre, laddove la linea produce la possibilità del passaggio e assieme la presuppone. Questa logica del confine, che è anche una logica del morire, è però tutt’altro che “lineare”: come Derrida intende mostrare in questo saggio, essa è attraversata, slabbrata, smembrata da un certo numero – infine incalcolabile – di aporie. I due elementi fondamentali delle esperienze del morire e del varcare un confine contengono, in modo inavvertito ma nondimeno determinante, il loro altro, la loro contraddizione, addirittura la loro negazione: la linea si cancella, si divarica, si sdoppia; il passo, cioè il pas – termine che in francese significa sia “passo” che “non” – è anche un’interdizione, una negazione. Come potrebbe un non-passo, un passo bloccato, quindi immobile, varcare un confine che si cancella, oltrepassare una linea che si sdoppia, che non è più una e non è più localizzabile? Ne consegue che l’esperienza stessa – quella della morte e quella del passaggio – è una non-esperienza: un’esperienza impossibile.

L’aporia è, innanzitutto, questa impossibilità di passare un limite che non si presenta come tale, che si sottrae a un tracciamento univoco: il non-passo al di là di un non-limite. Non potendo valicare i limiti, non resta, di conseguenza, che sostare presso di essi, attendendoli – cioè attendendo che essi si mostrino, giungano a una stabile determinazione – e attendendo assieme se stessi, perché laddove vengono meno i limiti che ci separano da ciò che è altro da noi, si cancellano anche i tratti che definiscono la nostra identità. Ma presso il limite, e in particolare il limite della morte, ci si attende anche l’un l’altra o l’un l’altro, essendo la soglia tra la vita e la morte tracciata per ciascuno in modo singolare. Ad attendere l’altro al limite della morte è sempre chi, tra i due, vi arriva in ritardo, in differita rispetto al morente, quest’ultimo non potendo, in quanto muore, più attendere nessuno.

[Dall’Introduzione di Emma Lavinia Bon]

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