Barbara Grüning, Un altro sentire. L’esperienza dell’anoressia tra corpo e mente

Per chi ne soffre o ha sofferto, parlare di anoressia vuol dire innanzitutto trovare il coraggio per farlo. Tema a lungo tabuizzato, associato alla vergogna e ai sensi di colpa, è diventato nell’ultimo decennio oggetto di discorso pubblico da parte di media e attori politici e, più di recente, di rivendicazione da parte di coloro che ne hanno avuto esperienza diretta. I processi di medicalizzazione, istituzionalizzazione e mediatizzazione delle malattie del comportamento alimentare sono stati però spesso interpretati come un unicum, orientando in modo quasi esclusivo l’attenzione verso i “corpi anoressici” e lasciando così la dimensione esperienziale invisibile e incompresa. Perché vivere con l’anoressia, anche quando si cerca di guarire, significa innanzitutto sentire e pensare in modo altro rispetto a chi non ha mai abbandonato il senso comune, per costruire un mondo a parte nella propria mente, mentre si rinnega il corpo.

Spaziando tra le community online, attraversando i luoghi della protesta e quelli della cura, incontrando le persone che stanno affrontando o hanno superato la malattia, il libro si presenta come una etnografia, carnale e riflessiva, che ha al suo centro proprio questo: comprendere come l’anoressia modifica il modo di fare esperienza e quali sono le difficoltà quotidiane per riacquisire un senso della realtà sociale e l’illusio di farne parte.

Laccorgermi di star vivendo una ricaduta fu come un’epifania (cfr. Denzin, 1992): una rottura delle routine che rimetteva in discussione tutto quello che fino a quel momento avevo dato per scontato, o meglio, che dal periodo post-universitario in poi avevo ricostruito, a fatica, e che via via era diventato scontato. Da un giorno all’altro era ritornata la paura di toccare e ingerire il cibo. Avevo ripreso a contare le calorie ed entrare in un supermercato costituiva uno sforzo, fisico e mentale, che mi metteva a lungo in uno stato d’agitazione. Cercavo nuovamente delle parole per dare forma alle mie sensazioni e poterle guardare dall’esterno. Dopo anni che andavo annotando le metafore di chi ha sofferto di anoressia, alcune delle quali diventate un patrimonio comune nella recovery community, mi rendevo ora conto che non riuscivo a farle mie, a differenza di altri termini, più tecnici, come “ricaduta”, “recovery” o “fear foods”. Il linguaggio comune a disposizione della, e sviluppatosi nella, community ha due fonti principali. Da un lato, è un linguaggio appreso durante l’ospedalizzazione o attraverso informazioni reperibili sui media digitali, un linguaggio terapeutico, come il “sentire delle voci nella testa”, in parte comune anche ad altre malattie mentali (cfr. Cardano, 2007; Tierry e Fox, 2010). Dall’altro, si tratta di denominazioni inventate dagli stessi soggetti che hanno sofferto di anoressia e che grazie alla loro attività mediatica (non solo i social ma, ancor prima, le autobiografie) si sono rapidamente diffusi. Io non solo non avevo mai sentito delle voci, ma non riuscivo neppure a vedermi come “una farfalla rinata e di nuovo in grado di volare”. Né avevo mai pensato all’anoressia come a un “mostro” o a “un’amica” (cfr. Olson, 2003), sebbene fosse evidente che era qualcosa cui mi aggrappavo, inconsapevolmente, nei momenti di difficoltà. Dai tempi del liceo per rendere palpabile le mie sensazioni ed esperienze corporee avevo sviluppato un mio linguaggio metaforico, anche se poi diverse delle mie metafore riecheggiano con quelle di altre donne che avevano sofferto o soffrivano di anoressia.

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