Anna Bednik

Anna Bednik, laureata in economia (essec) e geopolitica (Sorbona/ens), è ricercatrice indipendente impegnata da diversi anni in movimenti e reti contro l’estrattivismo, tra cui il collettivo aldeah (Alternatives au développement extractiviste et anthropocentré, www.aldeah.org) e altri collettivi anti-gas e petrolio di scisto. Tra i suoi lavori, che prendono tutti le mosse da esperienze dirette di lotta, si ricordano: Amériques latines. Emancipations en construction (2013) e Creuser jusqu’où ? Les limites de la croissance (con il collettivo aldeah, 2015).

Saccheggio, inquinamento e distruzione sono gli elementi che il termine “estrattivismo” evoca quasi ovunque in America Latina: ricchezze naturali svendute alle multinazionali o confiscate dalle oligarchie; territori presi in ostaggio da messia autoproclamati; suoli, sottosuoli e oceani saccheggiati e sfruttati; vite umane e non umane sacrificate in nome di uno “sviluppo” i cui benefici sono riservati ad altri. In innumerevoli centri di ribellione contro lo sfruttamento su larga scala della natura, questo nome, extractivismo in castigliano, è quello di un nemico che viene combattuto. Tuttavia, c’è un’eccezione: la stessa parola a meno di una lettera, extrativismo in portoghese, ha una connotazione molto più positiva in Brasile. «In questo paese, soprattutto in Amazzonia, ci sono due milioni di estrattivisti»: nel giugno 2010, presso la sede del Consiglio nazionale dei popoli estrattivisti (ex Consiglio nazionale dei seringueiros, CNS) a Belém do Pará, Atanagildo de Deus Matos, il direttore, spiega che l’estrattivista amazzonico non è né un politico miope né un imprenditore pronto a sacrificare un territorio per il suo profitto, ma una persona che si guadagna da vivere con la raccolta commerciale di “prodotti” vegetali o animali non coltivati (frutta, noci, linfa, legno, fibre, piante medicinali, caccia o pesca).

In effetti, quando il termine “estrattivismo” è entrato nel vocabolario degli ambientalisti occidentali negli anni ’80, si riferiva proprio a questa versione moderna, legata al mercato, della caccia e della raccolta. Il fondatore del CNS (1985), Chico Mendes, è diventato addirittura un simbolo dell’“ecologia popolare”, una categoria proposta dall’economista Joan Martinez-Alier per indicare che la difesa dei mezzi di sussistenza da parte dei poveri preserva gli ecosistemi da cui dipendono.

Che cosa avrebbe in comune l’estrattivismo di Chico Mendes con, ad esempio, il gigantesco progetto di estrazione di oro e rame di Minas Conga, nel nord del Perù, portato avanti da un consorzio multinazionale (Yanacocha), destinato a cancellare quattro laghi e a scaricare ogni giorno, per diciassette anni, quasi 90.000 tonnellate di sterili carichi di metalli pesanti nel bel mezzo di una zona di ricarica idrica, nelle sorgenti dei fiumi che alimentano i campi, le città e i villaggi di un’intera regione?

Per cominciare, questi due nomi hanno la stessa radice. Se oggi il termine “industria estrattiva” si riferisce principalmente all’estrazione di risorse dal sottosuolo, un tempo il suo significato era molto più ampio: ad esempio, nel 1845, Charles Dunoyer (giurista ed economista francese) definì le “industrie estrattive” come l’insieme delle attività umane – “arti” o “industrie” – che consistono nel raccogliere direttamente i vari “prodotti della natura”, senza contribuire alla loro preventiva comparsa: la caccia, la pesca, la raccolta di frutti naturali, così come l’estrazione mineraria.

In generale, il verbo “estrarre” (dal latino extrahere, “trarre, togliere da”) descrive l’azione di “togliere una cosa da un luogo, da un corpo, in cui è stata formata o introdotta” e/o “separare uno dei suoi elementi costitutivi da un tutto”. Nei nostri due contesti, l’azione di estrarre “separa” da un “tutto” – la natura – ciò che, per noi, diventa un “bene”. In entrambi i casi, inoltre, i “beni” in questione sono visti come “risorse” che cerchiamo di ottenere non – o almeno non solo – per soddisfare i bisogni immediati di una comunità, ma per venderli su un mercato, cosa che distingue radicalmente le comunità estrattiviste brasiliane dalle società amazzoniche tradizionali. Questo tratto comune non è casuale. L’extrativismo amazzonico, un tipo di estrattivismo di primo grado rispetto all’extractivismo massiccio e distruttivo, condivide con quest’ultimo un’unica e medesima storia: quella dell’integrazione dell’America Latina nel mercato mondiale attraverso l’esportazione di materie prime, un’eredità della colonizzazione europea che ha segnato profondamente l’insediamento, le strutture sociali e le economie della regione.

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