Angelo Calemme

Angelo Calemme è dottore di ricerca in Filosofia e Studi classici dell’Universitat de Barcelona e docente di Filosofia e Storia. È coautore della curatela L’illuminismo prima dell’Illuminismo (2013) e autore di monografie come La ragione galileiana del mondo (2017), Il popolo dei Mezzogiorni uniti e l’Europa di Maastricht (2018), Alle origini della tecnologia scientifica (2020), Dalla Rivoluzione scientifica alla Rivoluzione industriale (2022), La Questione meridionale dall’Unità d’Italia alla disintegrazione europea (2023).

Le ragioni della mancanza di un forte senso di appartenenza politica dei siciliani e dei napoletani entro i confini dell’unico corpo della nazione italiana non si perdono nella notte dei tempi, come molti ideologicamente hanno supposto e continuano ancora a credere, ma piuttosto sono esclusivamente da rintracciare nel “mancato” processo di integrazione economica e sociale dell’ex Regno delle Due Sicilie con il Regno di Sardegna. Meglio ancora, le cause dell’incompiuta italianizzazione delle preesistenti nazioni siciliana e napoletana vanno fatte risalire ai regressi materiali, psicologici e culturali seguiti alle annessioni prima e agli sfruttamenti poi che le società di mercato della Sicilia e dell’Italia meridionale hanno dovuto subire (e subiscono ancora) nello Stato unitario, ad opera delle storiche maggioranze parlamentari di Destra e di Sinistra.

Quando il primo processo di industrializzazione duosiciliana viene meno, lasciando spazio a complessi fenomeni di desertificazione produttiva e disintegrazione sociale, le borghesie attive dell’agricoltura e delle manifatture capitalistiche, sorte già in Antico Regime col sostegno dello Stato borbonico, smettono di assicurare quanto invece avevano garantito in precedenza: forme diffuse, espansive ed armoniche di sviluppo regnicolo, approvvigionamenti di materie prime e loro trasformazione in loco, commercializzazione di prodotti agricoli e industriali nazionali da destinare sia ai mercati interni sia a quelli esteri. Nel periodo unitario, la sottoutilizzazione da parte dell’agricoltura e della manifattura industriale delle risorse meridionali porta il Mezzogiorno a inesorabili processi di indebitamento, asservimento e sottoproletarizzazione di tipo strutturale.

Il secondo processo di questa serie di fenomeni, quello dell’asservimento, è allora la chiave per poter spiegare e, in ultimo, pienamente comprendere, il fenomeno di cui sopra e cioè quello della mancata, meglio ancora, negata unificazione nazionale di tutte le società politiche preunitarie nella seconda persona plurale del popolo dello Stato nazionale italiano.

L’aspetto che ora ci deve interessare (e che solitamente sfugge anche a studiosi più accorti) è quello secondo il quale lo sviluppo mancato non produce soltanto un lumpenproletariato, ma anche e soprattutto una «lumpenborghesia». Il semicolonialismo toscopadano trasforma non solo la struttura economica meridionale, ma anche quella di classe, come pure la sua ideologia. In seno a questa piemontesizzazione della società duosiciliana, la disintegrazione nazionale delle due più grandi macroregioni italiane avviene conseguentemente alla trasformazione dei rapporti di classe al loro interno, nelle forme della dipendenza semicoloniale. Questa struttura subcoloniale e di classe determina interessi assai diretti per le borghesie meridionali, sia quella baronale sia quella d’accatto o gabellare, divenute dominanti soltanto con la fine del Regno delle Due Sicilie. A cavallo della seconda metà del secolo XIX, tali classi rovesciano il precedente status quo, prima avvalendosi di una coalizione di eserciti stranieri in soluzione anti-borbonica poi, ad annessione compiuta, disponendo della forza repressiva del nuovo Stato italiano in soluzione anti-proletaria. In sintesi, quando nel Mezzogiorno le occorse forme di dipendenza modificano la struttura economica e quella sociale, si determinano contemporaneamente delle trasformazioni nelle politiche delle nuove borghesie dominanti le quali, salvo eccezioni, in definitiva, determinano il rafforzamento dei rapporti di subalternità economica che hanno favorito queste posizioni politiche e che, pertanto, favoriscono l’induzione del sottosviluppo.

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