Andrea Nicolini

Andrea Nicolini insegna Etica presso l’Università degli Studi di Firenze, dove è membro fondatore dell’Unità di Ricerca NAF (Nuova Antropologia Filosofica). In precedenza, ha insegnato Filosofia Morale all’Università di Verona e Letterature Comparate all’Università di Bergamo. Dopo essersi formato tra l’Italia e gli Stati Uniti nel 2025 è stato Visiting Professor all’Université de Tours in Francia e nel 2026 sarà Research Fellow presso la Kobe University del Giappone. Nel 2019 il suo saggio Foucault’s Ethics of Pleasure(s) and its Discontents ha ricevuto il premio “Miglior saggio inedito di filosofia morale” consegnato dalla SIFM (Società Italiana di Filosofia Morale). Le sue ricerche si concentrano attorno all’Etica della Letteratura e alla Filosofia della sessualità, con particolare attenzione al rapporto tra soggettività, emozioni e pulsioni. Tra le sue monografie si segnalano Riconoscimento di sé e genesi della coscienza (2018) e Masochism: A Challenge for Ethics (2022).

Dimentica pure l’amore, male non farà di certo. O forse sì? Questo è il dubbio a cui ci abbandona Nymph()maniac, l’ultima opera del discusso regista danese Lars von Trier.

Un dubbio, questo, che nasce immediato nello spettatore che cede il proprio sguardo alla tagline impressa sulla locandina del film, e che fedelmente lo accompagna per più di cinque ore restandogli addosso anche quando una musica assordante invade lo schermo dando spazio ai titoli di coda. Ma che cosa esattamente resta incagliato nel dubbio, che cos’è questo resto, questo stesso restare? L’etimologia della parola “resto” ci suggerisce che a restare è ciò che si sottrae a ciò che si consuma o se ne va. Che sia l’amore quello che nel film viene consumato fino allo sfinimento è fuori di dubbio, quello che però resta nel dubbio è cosa ci resti di questo stesso consumo. Una specie di resto dunque, o forse più propriamente uno scarto che si è prodotto dallo sfregamento dissennato di corpi alla ricerca di qualcosa che, sebbene sia da sempre perduto, è tuttavia rimasto impresso nello sguardo dello spettatore. È nell’orizzonte dello sguardo infatti che si è impresso per restare qualcosa che è dell’ordine della mancanza e che perciò richiama a sé il senso stesso del vedere. Occorre però guardarsi bene dal pensare questo vedere come εἶδος. Esso non ha infatti nulla a che fare con lo sguardo fenomenologico che sa poiché ha visto. Inerisce piuttosto ad un altro sguardo uno sguardo che ha visto ciò che ancora non sa, e per questo esita sulla soglia di ciò che forse non ha visto affatto.

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