Andrea F. de Donato

Andrea F. de Donato (2002), laureato in Filosofia presso l’Università Cattolica di Milano, è stato Visiting Research Student presso il Centre d’Analyse et de Mathématique Sociales dell’EHESS di Parigi. Autore di numerosi articoli scientifici, ha tenuto conferenze in Italia e all’estero. Si occupa di filosofia francese contemporanea, di filosofia della matematica e di epistemologia.

Il bergsonismo ha un metodo, una logica e un particolare tipo di ambizione. Deleuze si propone di attualizzarne il metodo, estenderne la logica e conseguirne l’ambizione. Cosa accomuna questi tre punti? Sicuramente la delineazione di una forma, di uno stile del pensiero. Ma lo stile non ha mai a che fare con il detto, con cosa è detto. Stile vuol dire sempre costituire il contenuto a partire da una forma e una modalità: come si dice? (metodo); cosa si fa? (logica); perché si sta facendo? (ambizione). Nulla di diverso, in fin dei conti, dal to dioti metafisico, elevato stavolta ad analitica culturale. Il bergsonismo è innanzitutto una metafisica. Il suo concetto è la novità della vita in una metafisica, è la sua ambizione; il metodo con cui si ambisce a questa novità è l’intuizione, la logica è quella delle molteplicità. Entrambi questi strumenti concorrono a sciogliere un solo nodo teorico: come e dove «cercare l’esperienza nella sua fonte»? Bergson opera un gesto di acuto scetticismo, uno scetticismo creativo, in piena polemica con Kant: «la nostra conoscenza delle cose […] non sarebbe più relativa alla struttura fondamentale del nostro spirito, ma soltanto alle sue abitudini superficiali e acquisite». Ora, due sono i percorsi possibili. Il primo sarebbe talmente ripiegato sul kantismo da opporgli nuovamente uno schema gnoseologico tradizionale. Così facendo la metafisica in questione sarebbe in ogni caso quella classica, derivante da un certo tipo di fisica statica, secondo la quale far «derivare le forme eterne trascendenti proprio da queste proposizioni». Si continuerebbe a parlare di condizioni di possibilità dell’esperienza e non si raggiungerebbe più alcun tipo di originalità. Il secondo percorso è quello proprio del bergsonismo: qual è il presupposto delle condizioni dell’esperienza? Il problema passa rapidamente da una gnoseologia e una metafisica classiche a un nuovo modo di intendere la conoscenza e l’esperienza.

Il procedimento ha due passaggi: generalizzazione delle condizioni dell’esperienza e ampliamento dei presupposti delle condizioni. Si generalizza quando non si connota – non ancora – l’analisi sulle condizioni dell’esperienza come possibili o come reali. Il punto d’arrivo è stato svelato: Bergson è interessato alle condizioni dell’esperienza reale, e così il bergsonismo. Ma come è possibile giungere a tali condizioni? È necessario dunque ampliare il campo di interesse, o forse leggerlo altrimenti. Bergson chiama questa nuova zona ampliata virtuale, e su questo punto il bergsonismo di Deleuze sarà davvero significativo. Bisogna innanzitutto dire che la riflessione bergsoniana sul virtuale non ha nulla a che vedere con la realtà virtuale, semmai con la realtà del virtuale; eppure, indicare la realtà del virtuale significherebbe anteporre un certo concetto di virtuale alla sua stessa analisi, laddove invece il virtuale è per definizione la restituzione di un’idea a partire da un processo investigativo. Morfogenesi è il nome di questo processo.

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